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Dopo la morte di Gheddafi, un confronto tra politiche estere

20/10/2011

Il nome dell’ormai deposto dittatore libico Muammar Gheddafi si aggiunge giovedì a una lista sempre più lunga che già contiene quelli di Osama bin Laden e Anwar al-Awlaki.

Al di là del fatto che uno si trovi o meno d’accordo con la strategia della Casa Bianca (fatta di meno truppe, più controterrorismo, più aerei droni, più assassini mirati e maggior collaborazione con gli alleati NATO), è giusto notare che, dall’insediamento di Barack Obama si è assistito a un indebolimento di al Qaeda, alla caduta dei regimi tunisino di Ben Ali e egiziano di Hosni Mubarak e, infine, alla caduta di Tripoli e ora di Sirte in Libia (va anche detto, naturalmente, che sta peggiorando la situazione in Pakistan e in Afganistan, la risoluzione del conflito israelo-palestinese è più lontana che mai, la Somalia spaventa sempre di più e il futuro di Siria e Yemen rimane molto incerto).

In un breve discorso fatto dalla Casa Bianca per commentare la morte di Gheddafi, il presidente ha dichiarato: “Lavorando in Libia con amici e alleati, abbiamo dimostrato quello che si può ottenere nel ventunesimo secolo con l’azione collettiva”. Anche i repubblicani, molti dei quali avevano opposto la decisione di Obama di autorizzare l’intervento americano in Libia nel quadro delle operazioni NATO (chi perchè convinto che fosse una mossa troppo azzardata chi perchè certo si trattasse di una mossa troppo timida), hanno fatto i complimenti alla Casa Bianca. Il Senatore dell’Arizona John McCain ha detto durante un’intervista su CNN: “È un grande giorno. Penso che l’amministrazione meriti la nostra stima. Ovviamente, avevo un’opinione diversa sull’aspetto tattico, ma il mondo è un posto migliore”.

Data la persistente crisi economica, le grandi preoccupazioni degli americani sulla questione della disoccupazione e il generale disinteresse per la vicenda libica, si fa fatica a immaginare che questo ennesimo sviluppo sulla scena internazionale possa avere un qualche effetto positivo per Obama sulle elezioni dell’anno prossimo (anche l’improvviso aumento del tasso di approvazione del presidente seguito all’uccisione di Osama bin Laden, evento naturalmente molto più seguito e sentito, è già stato riassorbito).

Per gli osservatori stranieri dell’America, è comunque il caso di riflettere sulle differenze, tattiche, strategiche e di risultati, tra la politica estera dell’ex Presidente George W. Bush e quella di Obama, e di valutare con attenzione le idee proposte fin qui dai candidati repubblicani alla presidenza (una guerra commerciale con la Cina, un confronto diretto con l’Iran, l’invasione del Messico, il completo abbandono del processo di pace in Medioriente  e, perchè no, l’uscita degli Stati Uniti dalle Nazioni Unite).

 

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  1. 21/10/2011 15:21

    Onestamente, ritengo la politica estera di Obama piuttosto fallimentare. Certo non poliziesca, dozzinale e anarchica come quella di Bush, ma comunque fallimentare, sempre in bilico tra una timida “realpolitik” e un umanitarismo debole e contraddittorio.

    In Egitto, da quando il potere è in mano al Consiglio supremo delle forze armate, il paese si sta allontanando dal filo americanismo di Mubarak. A partire dal permesso accordato dal governo iraniano di far transitare le proprie navi da guerra nello stretto di Suez e dalla nomina al Ministero degli Esteri di Nabil el-Araby, convinto anti-israeliano, fino alla debole reazione alle violenze contro i cristiani copti.
    In Libia la situazione è ancora più critica. Dopo che Bush jr. aveva inquadrato il paese come uno “Stato canaglia” l’avvicinamento tra Stati Uniti e Libia in funzione anti-quaedista è stato notevole, dal momento che negli ultimi anni il fondamentalismo rappresentava l’unica opposizione interna organizzata al Colonnello. Considerando che il segretario generale del CNT Abd Al-Jallil è l’ex Ministro della giustizia di Gheddafi, e dovrà andarsene non troppo tardi, il coperchio delle rivalità tra le fazioni e i clan in lotta contro il Raìs sarà sollevato. Il pericolo deriva in particolare dalla Cirenaica e dalle oasi, e lo stesso comandante dei ribelli, Abdelhakim Belhadj, è un combattente salafita che proviene dalla galassia di Al Qa’ida. Per non contare la cacciata di Ben Ali, pilastro nella strategia occidentale di controllo e repressione del terrorismo islamico maghrebino. Infine, è apparso perlomeno debole l’atteggiamento nei confronti delle repressioni in Bahrain e Siria.

    Non che sia un sostenitore di Gheddafi o Ben Ali, ovviamente, ma Obama ha stravolto la strategia americana antiterrorismo sul piano militare, senza tuttavia andare in fondo sul piano diplomatico, con un’apertura all’Iran che è stata avviata nella prima fase della presidenza e che avrebbe messo pressione sia su Israele che sull’Arabia Saudita, ma che è stata precocemente abbandonata (i rapporti sono ulteriormente deteriorati proprio nelle ultime settimane). Per Obama o il suo successore il rischio è quello di trovarsi coperti con la foglia di fico.

    Come dici tu, la gestione minimalista dei rapporti con Israele non ha funzionato, provocando, oltre alla delusione palestinese e l’irritazione israeliana, problemi interni con la lobby ebraica. Il Golfo di Aden è una polveriera, ma l’amministrazione americana non ha voluto o non è riuscita a imporre la modernizzazione delle leggi internazionali contro la pirateria, che in buona parte risalgono all’800. L’unico vero successo, oltre a quello eclatante dell’assassinio di Bin Laden e di altri leader terroristi, che ha tolto ad Al Qa’ida potere ideologico e finanziario ma non organizzativo, essendo strutturata in cellule che operano in maniera autonoma, è stato a mio modo di vedere concettuale. Obama è riuscito ha togliere di dosso all’America una certa immagine di “poliziotto del mondo”, ma sembra più una questione di “proporzioni” più che di contenuto. Il ritiro dall’Afghanistan appare lontano, il carcere di Guantanamo non è stato chiuso, anche se è stato ridimensionato. Gli omicidi mirati sul territorio di paesi sovrani sono meno invasivi e più efficaci della dottrina Bush, ma violano anch’essi elementarmente il diritto internazionale.

    Non mi sento di definire positiva la politica estera di Obama, ripeto, meno disastrosa e brutale della politica estera di Bush, ma a mio modo di vedere troppo fragile e ambigua, non tanto per una questione di gusti ma per una questione di strategia, sicuramente condizionata anche dalle difficoltà economiche e di politica interna che non hanno lasciato al presidente americano sufficiente libertà di iniziativa e di trattativa.
    Perdonami se mi sono dilungato, ovviamente è solo un’osservazione personale, non una critica a quanto hai scritto nell’articolo, che anzi condivido. In particolare, la considerazione sulla deriva che potrebbe portare un’eventuale presidenza repubblicana: il tono generale non sembra essere cambiato rispetto alle ultime elezioni. Se non in peggio. Quindi, mi auguro che Obama abbia modo e occasione di farmi ricredere.

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