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Disaccordo tra miliardari

27/09/2011

Nell’incontro organizzato lunedì in California dal sito web LinkedIn, durante il quale il Presidente Obama ha risposto alle domande degli ospiti in sala e collegati remotamente via Internet, un giovane “disoccupato per scelta”, che ha dichiarato di aver fatto abbastanza soldi con una start-up della Silicon Valley (c’è chi dice Google) da permettersi un pensionamento molto precoce (l’uomo non pareva avere più di una quarantina d’anni), è intervenuto per chiedere al presidente un aumento del proprio carico fiscale. La ragione di questa posizione sicuramente minoritaria, in particolare in un momento in cui il dibattito politico è dominato dalla retorica anti-tasse del Tea Party, è piuttosto semplice. Questo giovane imprenditore in pensione crede ancora in un paese che investe in istruzione, infrastrutture e formazione professionale, tutte cose che, in passato, hanno consentito a lui di arrivare in alto.

Questa mattina intanto è stata pubblicata sul Financial Times un’intervista con l’Amministratore delegato della Coca Cola Company Muhtar Kent, il quale, invece, si è lamentato ampiamente dell’eccessivo carico fiscale che gli Stati Uniti impongono alle aziende, insistendo che, anche per gli imprenditori americani, sia ormai sempre più facile operare in paesi come la Cina che non a casa negli Stati Uniti. In particolare, Kent ha preso di mira le tasse che vengono applicate, al momento del rimpatrio, ai profitti che le aziende multinazionali accumulano all’estero, secondo lui un meccanismo che rende le corporation americane meno competitive delle rivali straniere.

Al di là che l’affermazione di Kent, che la Coca Cola Company sia oggi meno competitiva di altre aziende simili basate all’estero, appare quantomeno discutibile, quella dei paradisi fiscali, o dei paesi in via di sviluppo che sono disposti a tutto per attrarre investimenti stranieri e in cui il costo del lavoro è comunque molto basso rispetto all’Occidente, è una questione su cui il Presidente Obama, in un periodo di crisi economica e elevata disoccupazione, deve certamente riflettere.

Sul fatto poi che la soluzione per gli Stati Uniti sia di competere alla pari con Cina e Brasile in quanto a costo del lavoro e servizi sociali finanziati attraverso il codice fiscale, ad esempio, non sono tutti d’accordo.

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