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Debito: il countdown finale/3

15/07/2011

Si è concluso l’ennesimo giorno di negoziati sul debito ma non si vedono ancora risultati, anzi le prospettive per un accordo peggiorano sempre più.

Dopo una sessione definita “cordiale”, un miglioramento rispetto allo scontro tra il Presidente Obama e il capo della maggioranza repubblicana alla Camera Eric Cantor mercoledì, ma di poca sostanza, i partecipanti sono stati invitati dal presidente a discutere con i rispettivi gruppi parlamentari e, nel corso delle prossime 24-36, a trovare una soluzione che sblocchi la situazione e permetta al governo di innalzare il “debt ceiling”.

Obama terrà una conferenza stampa venerdì mattina per aggiornare i media e il paese sullo stato, non brillante, dei negoziati.

Il presidente spera ancora di raggiungere un accordo su un ambizioso piano che non si limiti a innalzare il “debt ceiling” ma cominci da subito a risanare le finanze pubbliche. E si rifiuta di firmare una legislazione che serva a finanziare il governo solo nell’immediato. Data l’opposizione repubblicana a qualsiasi, seppur minimo, aumento del carico fiscale, è difficile immaginare che si possa arrivare a un “grand bargain”. Piuttosto, allo sprint finale, il presidente può forse ancora sperare che il Congresso riesca a inventarsi una soluzione intermedia, che eviti il default degli Stati Uniti al 2 agosto e risolva la questione del “debt ceiling” almeno per un paio d’anni.

Bisognerà vedere se gli avvertimenti prima di Moody’s, poi di Standard & Poor’s e, infine, anche della Cina, tra i più grossi creditori degli Stati Uniti, sul fatto che un default americano rappresenterebbe un colpo molto pesante per i mercati internazionali e per la credibilità di Washington, convinceranno gli onorevoli repubblicani che si riconoscono nelle politiche fiscali ultra-conservatrici del Tea Party a ragionare.

Anche Ben Bernanke, Chairman della Federal Reserve, ha insistito giovedì che non esistono alternative all’innalzamento del “debt ceiling”.

Giustamente, come scrive Jackie Calmes sul New York Times, il problema non ha in realtà a che vedere strettamente con il debito, bensì con due visioni diametralmente opposte sul ruolo del governo. I repubblicani più intransigenti non sono, per il momento, preoccupati della salute delle finanze pubbliche americane, ma sono concentrati esclusivamente su un genere di politiche economiche, secondo il motto “starve the beast”, il cui risultato finale sia una sostanziale riduzione della dimensione del governo federale, indipendentemente dalle conseguenze internazionali e interne.

È questa la questione, da cui poi dipendono tutte le altre, su cui non c’è accordo a Washington. E sinceramente si fa fatica a immaginare come le due posizioni oggi prevalenti possano essere riconciliate.

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