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Le prime analisi

02/05/2011

Enorme l’impatto emotivo, negli Stati Uniti, dell’uccisione di Osama bin Laden in Pakistan.

Dan Baltz del Washington Post spiega la rilevanza di questo evento per gli americani, che si sono riversati in strada a celebrare neanche avessero vinto i mondiali, nonostante, in realtà, la morte di bin Laden per se non farà diminuire, almeno nell’immediato, la minaccia di nuovi attacchi terroristici per mano di al-Qaida in America e nel resto del mondo. Già nei giorni successivi agli attentati dell’11 settembre 2001, il governo americano aveva eletto bin Laden a nemico numero uno degli Stati Uniti. Il Presidente Bush aveva promesso di catturarlo, “vivo o morto”. Anche Barack Obama, nel 2009, aveva rinnovato tale impegno di fronte al popolo americano, che oggi si sente vendicato per gli attentati delle torri gemelle a New York, del Pentagono a Washington D.C. e del volo United 93, precipitato in Pennsylvania.

Naturalmente, le ripercussioni psicologiche positive dell’uccisione di bin Laden in America si riflettono negativamente tra le fila di al-Qaida. Ci si chiede oggi quale sarà l’impatto della sua morte sul network di terrorismo internazionale da lui creato. Anche se le operazioni di al-Qaida sono destinate a continuare, scrive Daniel Byman della Brookings Institution su Slate.com, sicuramente è venuto a mancare un leader enormemente carismatico. Il futuro di al-Qaida si trova ora nelle mani delle organizzazioni a lei affiliate in Yemen, nella Penisola Arabica e nel Magreb, e di colui che è stato il numero due di bin Laden, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, anch’egli introvabile.

Per David Sirota, che scrive su Salon.com, gli eccessivi festeggiamenti che hanno avuto luogo a Washington DC e New York alla notizia della morte di bin Laden dimostrano il successo stesso della crociata di bin Laden, che negli ultimi dieci anni ha saputo trasformare la psiche americana da popolo coraggioso a popolo intimorito che, dopo aver a lungo criticato le manifestazioni di gioia a volte registrate, in particolare nel mondo arabo, in seguito a attentati terroristici contro cittadini americani, ora replica lo stesso modello senza nemmeno accorgersene.

Nicholas Kristof sul New York Times, pur sottolineando l’importanza a livello di immagine, sia per gli Stati Uniti sia per il Presidente Obama, della morte di bin Laden, sostiene che in realtà le conseguenze pratiche di questa impresa da parte delle forze speciali americane non saranno poi molto rilevanti. Da un lato, ormai fuggitivo da anni, bin Laden aveva perso di influenza e autorità anche tra i propri seguaci e la notizia della sua morte non è così sconvolgente come lo sarebbe stata otto anni fa. Altrettanto vero che, proprio a causa della sua condizione di ricercato numero uno, bin Laden aveva da tempo dovuto delegare molte delle proprie funzioni a altri, in particolare al-Zawahiri, che rimangono liberi. Dall’altro, per quanto riguarda Obama, manca ancora troppo tempo alle elezioni presidenziali del 2012 perchè questo evento possa davvero avere un impatto determinante sul loro risultato.

Richard Cohen, da Benghazi, Libia, evidenzia l’importanza del fatto che la morte di bin Laden sia avvenuta simultaneamente alle ribellioni popolari in corso in Medio Oriente, che hanno messo fine ai regimi dittatoriali in Tunisia e Egitto e stanno minacciando i governi non democratici di Libia, Yemen e Siria. Insomma, la morte di bin Laden non sarebbe solo fisica, ma anche simbolica, la fine dell’ideale jihadista e puramente anti-occidentale di al-Qaida.

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