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Dopo il Giappone: il futuro del nucleare in America

16/03/2011

Con l’aggravarsi dell’emergenza nucleare in Giappone, seguita al violentissimo terremoto più tsunami della settimana scorsa, si intensifica il dibattito, negli Stati Uniti, sull’effettiva sicurezza degli impianti per la produzione di energia nucleare e sulla reale necessità di proseguire con l’espansione e moltiplicazione di queste strutture. Per i sostenitori, il nucleare è una fonte di energia “pulita” e domestica, che libera l’America dalla tirannia del petrolio e aiuta a combattere il fenomeno del cambiamento climatico. Per i detrattori, non rappresenta altro che un rischio incalcolabile alla salute pubblica.

Qui, Justin Elliott di Salon analizza le strategie comunicative dell’industria del nucleare, che, negli anni, ha conquistato un numero sempre maggiore di fan, incluso, oggi, anche il Presidente Obama.

Qui, il New York Times chiede, in un editoriale, che ci si fermi almeno un attimo per ripensare gli standard di sicurezza oggi in vigore negli impianti nucleari americani.

Qui, Anne Appelbaum si domanda, sulle pagine del Washington Post, se gli americani possano davvero sperare di imporsi laddove anche i giapponesi hanno fallito, ovvero nel rendere gli impianti per la produzione dell’energia nucleare davvero a prova di calamità naturale.

Qui, invece, William Saletan su Slate, si augura che il panico sul nucleare che sta prevalendo negli Stati Uniti dopo la tragedia giapponese si calmi. Citando l’emergenza petrolio nel Golfo del Messico seguita, l’anno scorso, all’esplosione di una piattaforma per l’estrazione petrolifera gestita dalla BP, Saletan sostiene che incidenti gravi accadono in tutti i settori dell’industria energetica e che il nucleare garantisce oggi standard di sicurezza di gran lunga superiori a quelli del greggio.

Per ora, Washington sembra seguire il suo consiglio. Il governo americano non sembra intenzionato a ripensare ai progetti già in cantiere per l’espansione dell’industria del nucleare.

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  1. 16/03/2011 17:05

    Tutta la faccenda del nucleare in Giappone ha adombrato una questione molto più importante: a fine anni ’70 gli americani dovettero interrompere bruscamente la realizzazione di nuovi reattori. Avevano cercato di espandere la capacità di generazione nucleare per rispondere alle convulsioni del mercato del petrolio, cosa che poteva avere un senso visto il gran numero di centrali ad olio pesante esistenti al tempo. Solo che il nucleare è un aggeggio costosissimo, complesso e dotato ritorni energetici meno entusiasmanti di quanto si possa credere; e questo vuol dire che in una situazione di grave crisi energetica / economica è destinato al fallimento. Fallimento che all’epoca coinvolse l’amministrazione pubblica, costretta a ridurre i sussidi all’atomo.

    Chissà se il presidente Obama ha letto anche di questa storiella; chissà se gli hanno parlato della ventina (e passa) di reattori che giacciono dimenticati negli Usa da trent’anni. Chissà.

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