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Accordo Casa Bianca-GOP sulle tasse. Infuriati i progressisti.

07/12/2010

UPDATE: Il Presidente Obama ha appena concluso una conferenza stampa in cui ha difeso l’accordo con i repubblicani come una decisione pragmatica necessaria e ha attaccato l’ala progressista del Partito Democratico per la testardaggine con cui difende la propria purezza politica e si rifiuta di fare compromessi, anche a costo di non ottenere nessun risultato legislativo. Qui il testo del discorso di Obama.

Nonostante siano in minoranza sia alla Camera sia al Senato e non controllino la Casa Bianca, e anche tenuto conto del fatto che sono emersi dalle elezioni di metà-mandato del 2 novembre scorso con una maggioranza nella futura Camera del 112mo Congresso (che si insedierà a gennaio), i repubblicani hanno comunque ottenuto ieri sera dall’Amministrazione Obama un compromesso estrememamente vantaggioso sulla questione fiscale.

Dopo mesi di stallo, e dopo aver minacciato di bloccare qualsiasi altra misura legislativa fino a che non si fosse risolta la questione dell’estensione dei tagli alle tasse approvati in via temporanea dalla ex Amministrazione Bush e in scadenza il 31 dicembre, il GOP pare aver raggiunto un accordo con la Casa Bianca, accordo che, però, fa infuriare i progressisti e deve ancora essere approvato dal Congresso, dove molti membri della leadership democratica si dicono indignati.

Contraddicendo una delle promesse elettorali più spesso ripetute, il Presidente Obama ha deciso di acconsentire alla richiesta dei repubblicani che i tagli temporanei di Bush vengano estesi, per tutti i livelli di reddito, per altri due anni, anziché prolungare solo quelli per le famiglie della classe media, con un reddito inferiore ai $250.000 l’anno, lasciando scadere quelli per i redditi elevati. Un affronto ancor più inaccetabile per liberal americani consiste nel compromesso sulle tasse sull’eredità, che erano state sospese per un anno e che torneranno da gennaio, ma con termini molto più favorevoli per le classi alte (le tasse sull’eredità concedevano, in passato, un eccezione fino a un tetto massimo di $1 milione di dollari per individuo e variavano in percentuale fino al 55%. Dal 2011, invece, l’eccezione viene estesa fino a un tetto di $5 milioni di dollari e la tassazione più elevata scende al 35%).

Va detto che tutti concordano sul fatto che Obama ha ottenuto dai repubblicani più di quanto si temesse negli ultimi giorni. I sussidi di disoccupazione, scaduti la settimana scorsa, verrebbero estesi per 13 mesi. La parte delle cosidette payroll taxes (ovvero quelle detratte direttamente dalla busta paga e dirette verso il finanziamento del sistema pensionistico e della sanità pubblica) versata dai dipendenti verrebbe ridotta del 2% per un anno, con risparmi di circa $1000 per una famiglia che guadagna $50.000 l’anno.

Comprese nell’accordo anche altre misure fiscali volte a incoraggiare gli investimenti delle aziende a conduzione familiare e via dicendo.

Data l’ira della leadership democratica al Congresso, il Presidente Obama ha inviato il vice Joe Biden al Senato, dove Biden ha occupato un seggio per quattro decenni, al fine di convincere gli ex-colleghi a sostenere lo sforzo mediatore della Casa Bianca.

Per l’Amministrazione si tratta questa di una accettazione dei risultati delle elezioni midterm, interpretate come un voto di protesta dei moderati e indipendenti contro una Washington incapace di raggiungere compromessi bipartisan per il bene della nazione.

Per i democratici di stampo progressista questo, invece, è il segno di un Presidente che si rifiuta di capire che la sconfitta nel voto del 2 novembre è derivata dall’apatia della base del partito, frustrata con la estrema moderazione della Casa Bianca, e che i repubblicani, comunque, non negozieranno mai in buona fede ed è quindi inutile tentare.

Tra le reazioni di oggi, un editoriale molto negativo del New York Times, che scrive: “L’accordo del Presidente Obama con i repubblicani sull’estensione di tutti i tagli alle tasse dell’era Bush è una vittoria per i repubblicani e la loro strategia di ostruzionismo e una ritirata deludente da parte della Casa Bianca.”

Sul sito del NYTimes, deluso anche Paul Krugman, che ha a lungo sostenuto che l’Amministrazione non avrebbe dovuto cedere. Pur riconoscendo che che Obama ha ottenuto dai repubblicani molto più di quanto si prevedesse, Krugman scrive: “in generale, abbastanza zucchero è stato aggiunto per diminuire, ma non per eliminare, l’amaro della delusione”.

Sul Washington Post interviene Katrina vanden Heuvel, editrice del magazine liberal The Nation, che definisce questo accordo l’ennesimo passo intrapreso da Obama nel suo “percorso disastroso”.

Per Joan Walsh di Salon.com la notizia deve far gioire Bush e Cheney, la cui irresponsabile politica economica, in gran parte responsabile per la situazione di crisi in cui si trovano oggi gli Stati Uniti, viene ancora una volta ripetuta.

Più ottimisti Ezra Klein sul Washington Post e Steve Kornacki su Salon.com, che si concentrano sulle concessioni ottenute da Obama nei negoziati con i repubblicani e sul fatto che, avendo trascinato la questione così a lungo (i democratici avrebbero dovuto chiuderla mesi fa, quando erano solidamente in maggioranza), quello di ieri rappresenta, probabilmente, il risultato più efficente che si poteva ottenere a questo punto.

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