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La lettura del giorno: paradossi elettorali

25/10/2010

Su Slate.com, Shankar Vedantam prova a analizzare le cause del seguente paradosso elettorale:

Nonostante i sondaggi condotti in questo periodo indichino che la maggioranza del pubblico americano considera l’Amministrazione dell’ex-Presidente George W. Bush, e non quella attuale del Presidente Obama, responsabile per la crisi economica in corso, nonostante gli elettori dichiarino di amare i repubblicani al Congresso ancor meno dei democratici (il tasso di disapprovazione del GOP si aggira sul 67% contro il 61% di quello del partito dell’asinello) e nonostante sia proprio l’economia a essere considerata il tema centrale di questa elezione, su cui gli elettori baseranno le proprie decisioni di voto, sono i repubblicani e non i democratici a trovarsi sulla strada di una vittoria importante il 2 novembre, vittoria che potrebbe ridargli il controllo non solo della Camera, ma persino del Senato.

Sembra un paradosso e forse lo è. Secondo Vedantam la spiegazione va ricercata nella tendenza tipica dell’essere umano di affidarsi all’azione, e non all’inazione, quando le cose vanno male, anche qualora le conseguenze dell’agire rischiano di peggiorare solo le cose (in questo caso riconsegnando la maggioranza al Congresso a quello stesso partito che gli elettori giudicano colpevole per aver piantato i semi della crisi economica). Fatto sta che, visto che sono i democratici a essere al governo, saranno i democratici a venir puniti dall’elettorato. In effetti, punire ulteriormente i repubblicani a livello elettorale sarebbe davvero difficile, visto che il GOP viene da due massicce sconfitte consecutive, nel 2006 e nel 2008.

In fin dei conti, Vedantam nota, come i portieri che si lanciano a destra e a sinistra per cercare di parare un rigore, quando invece, statisticamente, gli converrebbe stare fermi al centro, così gli elettori non si preoccupano tanto del risultato pratico, ma di difendere la propria percezione degli eventi. Ovvero cercano di proteggersi dall’eventualità di provare rimorso per non aver fatto quello che potevano fare (ovvero cacciare i democratici), preoccupandosi assai meno del senso di colpa che potrebbe derivargli dal realizzare, tra qualche anno, che il non agire avrebbe condotto a un esito migliore.

 

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