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Da leggere nel fine settimana – due anni di presidenza Obama, l’industria contro il Tea Party e John Boehner

15/10/2010

Sul New York Times Magazine, Peter Baker fa il punto sulla Presidenza Obama, a circa due settimane dal voto di novembre. Basato su una lunga intervista con il presidente, il pezzo tira le somme di due anni difficili, durante i quali l’economia americana è stata minacciata da una delle crisi più severe della storia e durante i quali Obama e il suo team hanno dovuto compiere il difficile passaggio di maturazione tra campagna elettorale e Casa Bianca, scontrandosi con le problematiche del momento, con un clima politico particolaremente avvelenato e parrochiale e con un elettorato, a destra e a sinistra, sempre più diviso e ideologico. Fatto è che, nonostante aver ottenuto il passaggio della riforma sanitaria, della riforma finanziaria e di vari altri obbiettivi legislativi importanti, Obama è giudicato negativamente sia da una parte che dall’altra, dai liberal per aver fatto troppo poco e dai conservatori per aver fatto troppo. Non a caso il pezzo è intitolato “L’educazione di un presidente”. Si tratta, infatti, di vedere che effetto possano avere avuto questi due anni di governo sull’approccio di Obama alla arte di governare e di capire cosa ne sarà della sua piattaforma politica nei prossimi due anni, visto che le preoccupazioni elettorali della Casa Bianca non faranno che aumentare con l’avvicinarsi delle elezioni del 2012.

Sul magazine Rolling Stone in uscita il 28 ottobre, a soli cinque giorni dalle midterm 2010 (si vota il 2 novembre), una difesa a spada tratta dell’operato del Presidente Barack Obama, dal passaggio della riforma sanitaria a quello della riforma finanziaria, dall’intervento pubblico sulla crisi economica, al ritiro di 100.000 truppe statunitensi dall’Iraq, e via dicendo. Il pezzo di Tim Dickinson, intitolato non a caso The Case for Obama, si propone di difendere il record legislativo di portata storica, e di stampo progressista, ottenuto da Obama in soli due anni di governo dalle accuse della base liberal del Partito Democratico, che, con la propria evidente frustrazione, sta facendo di Obama uno dei presidenti di maggior successo ma meno compresi, persino dai suoi stessi elettori, della storia.

Sul New York Times un profilo di John Boehner, Onorevole dall’Ohio, e capo della minoranza repubblicana, in corsa per succedere alla democratica Nancy Pelosi come Presidente della Camera nel caso il GOP dovesse riconquistare la maggioranza dei seggi. Il New York Times ripercorre la vita di Boehner a partire dalle origini, tipicamente working-class, quando Boehner era l’undicesimo di dodici figli di una famiglia di cattolici sostenitori di John F. Kennedy. Parte della mitologia americana del self-made man, una volta creato per sé e per la propria famiglia un piccolo impero economico, Boehner si è avvicinato all’elite economica americana, interessandosi di politica sempre e solo a proposito di questioni di tassazione e regolamentazione commerciale, un approccio che, dall’arrivo a Washington, lo ha portato a essere molto vicino a una serie di lobby importanti, inclusa quella del tabacco.

Su Businessweek, Lisa Lerer and John McCormick spiegano perchè la grande industria è, o perlomeno dovrebbe essere, spaventata dall’emergere del Tea Party. La piattaforma politica spesso inconsistente di questi candidati ultra-conservatori preoccupa i capi di industria che, dal governo, si attendono stabilità e certezza. E le promesse di eliminare la Federal Reserve, chiudere i confini e interrompere tutti i sussidi non piacciono a quei business che impiegano immigrati, i cui profitti dipendono in parte anche dalla politica monetaria del governo e che non disdegnano sussidi in tempi di crisi. Il pezzo è interessante, anche se mi pare sottovaluti l’enorme appoggio dato, in questo ciclo elettorale, dall’industria americana al Partito Repubblicano, inclusi molti candidati del Tea Party.

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