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PRESTITI IPOTECARI: rischi e virtù

29/01/2016

Pubblicato originariamente su I Diavoli

Nati negli anni Novanta nei paesi anglosassoni, ora tentano il decollo anche in Italia

20 GENNAIO 2016 – I prestiti vitalizi ipotecari esistono negli Stati Uniti da decenni, per la precisione dal 1990, ma rimangono uno degli strumenti finanziari meno conosciuti, e meno utilizzati, dai consumatori americani. Un fatto questo che, tra sconvolgimenti demografici e transizioni economiche, è in tutta probabilità destinato a cambiare negli anni a venire.

Questo tipo di mutuo (in inglese reverse mortgage), appena approdato anche in Italia, consente a coloro che hanno i requisiti per accedervi di usare la casa di proprietà come collaterale per un prestito, che viene loro erogato nella forma di un pagamento una tantum, di rate mensili, oppure ancora di una linea di credito di cui il debitore può o meno servirsi a seconda delle necessità. Si tratta insomma di una sorta di ipoteca, che può essere utilizzata ad esempio per saldare altri debiti, per ristrutturare casa, per far fronte a costi medici in salita o di emergenza o, in generale, per avere più denaro a disposizione.

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La scuola americana alla disfida dei quiz

03/12/2015

Tra i tanti “successi” politici riconosciuti all’amministrazione del presidente Barack Obama, dal disgelo con Cuba alla riforma sanitaria, dall’accordo sul nucleare con l’Iran alla nuova più rigida normativa sul sistema finanziario, non figura però l’istruzione. L’agenda riformista portata avanti dalla Casa Bianca negli ultimi anni è stata ideata e poi sostenuta da una strana coalizione di conservatori e liberal che, per motivi molto diversi gli uni dagli altri, avevano perso fiducia nel sistema di scuole pubbliche e ne hanno quindi incoraggiato varie forme di privatizzazione (o perlomeno di forte intervento privato nel contesto locale, statale e federale). Questa spinta ha però sollevato molte critiche e forte opposizione, provenienti anche in questo caso sia da destra sia da sinistra. I conservatori sempre più preoccupati per quello che percepisce come diktat imposti da Washington sui distretti scolastici di tutto il Paese senza alcun riguardo per la loro autonomia e quella dei singoli Stati; i democratici guardano inquieti alla graduale implosione del sistema pubblico e all’implacabile attacco alla categoria degli insegnanti e ai loro sindacati. Leggi tutto…

Elezioni americane, il momento del gender

09/11/2015

I primi dibattiti democratici della campagna per le Presidenziali 2016 negli Stati Uniti hanno messo in evidenza il ruolo chiave che l’elettorato femminile potrebbe avere l’anno prossimo: Hillary Clinton in particolare sta indirizzando gran parte del proprio messaggio alle donne americane, ben più esplicitamente di quanto avesse fatto durante la prima corsa alla Casa Bianca nel 2008. “Penso che diventare la prima donna presidente sarebbe un bel cambiamento rispetto ai presidenti che abbiamo avuto in passato, incluso il presidente Obama”, ha risposto Clinton quando durante il dibattito le è stato chiesto come una sua eventuale amministrazione si differenzierebbe da quella attuale. Tra le proposte politiche da lei avanzate, inoltre, rivestono una funzione centrale quelle legate alla sfera della famiglia, a partire dal progetto di una legge che istituisca permessi di maternità e paternità pagati per tutti i lavoratori americani (oggi questo diritto non è sancito a livello federale e sta ai singoli datori di lavoro decidere se e come accordare tali congedi).

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Stati Uniti, abili nei quiz, rimandati in scrittura

26/10/2015

Nel 2013, Natalie Wexler, consulente, attivista e blogger che si occupa di educazione a Washington DC, cominciò a condurre un corso supplementare di scrittura in un istituto pubblico della capitale americana tra quelli a più alto tasso di povertà, i cui alunni provengono prevalentemente da famiglie con mezzi finanziari limitati e ne soffrono le ben note conseguenze. Pur conscia, già prima di iniziare, delle grosse difficoltà con cui si sarebbe scontrata, Wexler scrisse qualche mese più tardi sul proprio blog di essere rimasta “scioccata” dal livello di competenze linguistiche mostrato dai ragazzi. E commentò: “I problemi sono più profondi dell’ignoranza delle regole di grammatica, ortografia e punteggiatura. Molti studenti non hanno idea di come si scrive un paragrafo completo, figuriamoci un tema di cinque paragrafi che sia coerente nel suo complesso. Non capiscono come fare un collegamento tra un’affermazione e la sua dimostrazione, una necessità assoluta quando si costruisce un’argomentazione logica. Queste non sono solo competenze che riguardano la scrittura. Ma piuttosto la capacità di pensare nella maniera di cui gli studenti hanno bisogno per avere successo all’università, sul lavoro, o anche solo per potere contestare un addebito sulla carta di credito o per poter esercitare il diritto di voto in maniera consapevole”. Il disagio espresso con la scrittura mostrato dagli studenti di Wrexler, inoltre, non era limitato solo a quelli poveri. Tutt’altro: questo è un fenomeno che colpisce tutti i giovani americani che, a quanto pare, non sanno proprio scrivere.

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Università, più debiti che istruzione

16/10/2015

Jheresa Lewis si è diplomata a maggio nella scuola superiore di Baldwin, un paesino di poco più di mille anime nel Michigan occidentale. Durante l’estate, ha accettato un lavoro in un cantiere edile per guadagnare qualche quattrino, un’assoluta necessità in una famiglia come la sua, con il padre in galera e il conto in banca sempre vuoto. Ma Lewis, di cui ci racconta il mensile The Atlantic, è anche una brava studentessa, determinata a iscriversi all’università. Date le ristrettezze finanziarie, Lewis aveva inizialmente deciso di frequentare il West Shore Community College: due anni di studi e vicino a Baldwin, così da rimanere vicino a casa e non dover spendere una montagna di soldi. Ma durante le visite ai college effettuate durante l’ultimo anno di liceo, Lewis aveva messo gli occhi, e il cuore, anche su Oakland University, un’istituzione quadriennale, e più costosa, nella più lontana area metropolitana di Detroit. Per sua fortuna, Lewis ha completato i propri studi alla Baldwin High School in una nuova era, l’era della cosiddetta Baldwin Promise. Questo programma garantisce a tutti i diplomati locali una borsa di studio di 5.000 dollari l’anno per un massimo di quattro anni, da spendere in qualsiasi università pubblica o privata in Michigan. La “Promise”, insomma, è un tentativo da parte di questa piccola comunità di aiutare i propri ragazzi a far fronte ai costi montanti dell’università in America e ha già fatto sì che, in appena qualche anno (è stata lanciata nel 2009-2010), la percentuale di diplomati di Baldwin che va al college sia salita da un misero 30% a quasi il 100%. E ha permesso quest’anno a Jheresa Lewis di partire per la Oakland University.

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Scuola: in America la lezione si compra online

30/09/2015

“Cosa hanno in comune Harry Potter, Frodo e Katniss Everdeen (la protagonista di Hunger Games)? Tutte le loro avventure seguono il modello narrativo classico del viaggio eroico descritto dal famoso studioso americano Joseph Cambpell.” È questa la premessa di una lezione multimediale di un’ora che mira a spiegare agli studenti delle scuole medie o superiori “gli elementi portanti la tradizione narrativa della Grecia Antica”, e la costruzione di archetipi e miti, attraverso l’esplorazione “delle storie che stanno loro più a cuore, da Matrix a Guerre Stellari passando per Alla Ricerca di Nemo.” Ricco di animazioni e video, “Hero’s Journey”, così è intitolato il file a firma della docente californiana Laura Randazzo, è uno di quasi 2 milioni di piani di lezione, analogici e digitali, per ogni classe, grado e materia, che si possono scaricare da TeachersPayTeachers.com, un sito web che ha deciso di applicare i fondamenti della sharing economy, l‘economia della condivisione, anche all’insegnamento.

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Pareggio di bilancio: ma è davvero una buona idea?

25/09/2015

Arriva l’autunno e si comincia a parlare della Legge Finanziaria. Se in Italia, per le pressioni europee, il pareggio di bilancio è stato inserito in Costituzione, fino a oggi il governo degli Stati Uniti è riuscito invece a resistere alla pressione di chi vorrebbe vedere lo stesso risultato anche a Washington. Di conseguenza, la strada verso l’austerità passa piuttosto attraverso gli Stati, che sembrano abbastanza ricettivi verso l’idea, nonostante il parere degli economisti sia, nella maggioranza dei casi, decisamente negativo.

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