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Newt fa un buco nell’acqua

26/01/2012

Newt Gingrich aveva assolutamente bisogno di imporsi nel diciannovesimo dibattito repubblicano di questo ciclo elettorale, tenutosi giovedì sera a Jacksonville, in Florida, e trasmesso da CNN. Invece ha mancato il colpo, lasciandosi intimidire da un Mitt Romney e da un Rick Santorum molto aggressivi.

Si trattava, infatti, dell’ultimo faccia-a-faccia tra i pretendenti alla nomination del Partito Republicano prima del voto in Florida di martedì. E, sopratutto, il prossimo dibattito, se si terrà, è previsto solo per il 22 febbraio, tra circa un mese. Per Gingrich, che ha meno risorse finanziarie di Romney e un’organizzazione sul campo più limitata, i dibattiti televisivi, che offrono accesso gratuito all’elettorato, sono stati fin qui fondamentali a tenerlo a galla anche quando in crisi e a dargli spinta nei sondaggi nei momenti migliori.

Questa sera, però, l’ex presidente della Camera non ha approfittato dell’occasione. Gingrich si è mostrato assai meno convincente del solito, è stato spesso sopraffatto sia da Romney sia da Santorum negli scontri ravvicinati, e non è riuscito a usare con successo nemmeno il solito stratagemma di esagerata indignazione contro i “media” e le “elite”.

Il fatto poi che, in quella che è stata per lui una serata modesta, sia Romney sia Santorum abbiano offerto performance incisive, rende la posizione di Gingrich improvvisamente precaria. Se l’ex governatore del Massachusetts è infatti il suo rivale per la nomination, Santorum è colui che può sottrargli i voti fondamentali della destra religiosa e evangelica.

Insomma, per Newt, che, anche nei sondaggi, ha un po’ rallentato dopo una settimana in cui pareva inarrestabile, le cose si mettono male. Per rimanere in corsa, ha bisogno, se non di vincere in Florida, comunque di un solido secondo posto non distaccato da Romney. Che sia stato, quello di questa sera, l’ultimo dibattito di queste primarie del GOP?

La salvezza, per Gingrich, potrebbe arrivare dalla super PAC che lo sostiene (Winning our Future), che nelle ultime settimane ha ricevuto due donazioni dalla stessa famiglia, di Sheldon Adelson, magnate dei casino di Las Vegas, per un ammontare di circa 10 milioni di dollari.

C’è da scommettere che molti di quei bigliettoni verdi verranno spesi nelle prossime ore in pubblicità televisive sulle emittenti della Florida.

Il modesto effetto elettorale dello Stato dell’Unione

25/01/2012

Ora che il suo terzo discorso sullo Stato dell’Unione è fatto, il Presidente Barack Obama è in giro per gli Stati Uniti per promuovere il messaggio di “un’economia fatta per durare”, che dia a tutti le stesse opportunità, premi il lavoro duro e pretenda da tutti lo stesso livello di responsabilità e onestà. Le fermate previste nella tre-giorni attraverso il paese sono centrali alla mappa elettorale che il presidente spera lo riporti alla Casa Bianca l’anno prossimo, ovvero Cedar Rapids, Iowa; Phoenix, Arizona; Las Vegas, Nevada; Denver, Colorado e Ann Arbor, Michigan.

Intanto, però, è giusto chiedersi che effetto ha, tradizionalmente, il discorso sullo Stato dell’Unione e che impressione ha fatto quello di martedì sera agli elettori, in particolare indipendenti.

La risposta alla prima domanda è, proprio poco. Secondo questi dati Gallup, il tasso di approvazione dei vari presidenti che si sono susseguiti da Jimmy Carter in poi è solitamente sceso dopo lo Stato dell’Unione e solo di rado il discorso ha aiutato il Commander in Chief a migliorare la propria immagine (una volta sola per Carter, due per Ronald Reagan su due mandati, una per George H.W. Bush, quattro per Bill Clinton, che ha il record migliore, e due per George W. Bush).

Quanto al caso specifico di Obama quest’anno, parrebbe che il presidente abbia ottenuto un certo successo, almeno secondo questo focus group di cinquanta elettori (democratici, repubblicani e indipendenti) che hanno seguito il discorso e hanno dato un giudizio su Obama prima e dopo l’evento (i voti del post-SOTU sono stati nettamente più alti, con un miglioramento di addirittura diciotto punti rispetto alla percezione della qualità del programma economico proposto).

Lo stesso risultato è stato ottenuto in un altro focus group, organizzato dal gruppo pro-Obama Priority USA nella città di Columbus, nel cruciale Ohio (occhio naturalmente al parzialità della fonte). I ventotto elettori che hanno partecipato all’esperimento, sarebbero emersi dal discorso convinti che Obama sia un leader forte che ha una visione chiara per il futuro degli Stati Uniti.

Quindi una buona performance per Obama, ma in un evento che pare contare proprio poco a livello elettorale. La vera sfida per la Casa Bianca comincia ora.

Made in America: il messaggio di Obama sullo sfondo della campagna presidenziale

25/01/2012

Per un commento sul discorso del Presidente Obama sullo Stato dell’Unione, vi rimando a questo link per un pezzo scritto per Aspenia Online, dell’Aspen Institute Italia.

Con un tasso di disoccupazione all’8,5% (in dicembre) e un debito pubblico che ha ormai superato quota quindicimila miliardi di dollari, non è un caso che il Presidente Barack Obama abbia dedicato gran parte del propriodiscorso sullo Stato dell’Unione all’economia. Lo ha fatto ponendo l’accento in particolare su una rinascita dell’industria manifatturiera e del ‘Made in America’.

A meno di dieci mesi dalle elezioni di novembre, mentre in casa repubblicana impazzano le primarie, il presidente ha colto l’occasione per difendere il proprio lavoro in questi primi tre anni alla Casa Bianca: ha voluto creare un ponte tra quello che è già stato fatto e quello che ancora rimane da fare, in un eventuale secondo mandato, per costruire “un’economia costruita per durare, dove il lavoro sodo paga e la responsabilità è premiata”. Il clima a Washington è però difficile: ormai da oltre un anno, i due partiti non riescono a trovare alcun accordo. Il discorso di Obama, anche se ricco di numerose proposte pratiche, ha probabilmente più valore come piattaforma elettorale che non come documento programmatico di governo.

Potete continuare a leggere qui.

Occupy the GOP?

24/01/2012

Riapertasi la corsa verso la nomination del GOP con l’inattesa ma netta vittoria di Newt Gingrich in South Carolina sabato (con il 40,4% dei voti), i quattro contendenti ancora in gara (Gingrich, Mitt Romney, Rick Santorum e Ron Paul) si sono ritrovati lunedì sera in Florida per l’ennesimo dibattito televisivo (ormai non si contano più) trasmesso questa volta da NBC.

Data una campagna elettorale per le primarie che si è fatta all’improvviso incerta (fino a metà della settimana scorsa la vittoria di Romney era sembrata inevitabile), ci si aspettava uno scontro all’arma bianca. Invece, dopo un inizio sì scoppiettante, durante il quale Romney ha sferrato l’attacco contro Gingrich fin qui più convinto e convincente (sul lavoro di consulenza svolto dall’ex presidente della Camera per il gigante para-statale dei mutui casa Freddie Mac, proprio all’epoca del prestito facile che ha preceduto il collasso del mercato immobiliare), la serata si è molto quietata, diventando a tratti scontata e noiosa (con la serie di dibattiti televisivi a cui si è già assistito negli ultimi mesi, le posizioni dei candidati repubblicani sulle varie questioni sono ormai piuttosto chiare e molto ripetute).

Fatto sta che il momento forse più interessante è arrivato durante la seconda metà dell’evento, quando si sono seduti affianco al moderatore di NBC Brian Williams due giornalisti locali della Florida, che hanno posto domande leggermente differenti dal solito (sulla NASA, sui sussidi all’industria dello zucchero e sul disastro della piattaforma petrolifera della BP nel 2010), ottenendo per altro risposte poco chiare e ancor meno persuasive.

La svolta più interessante di questi ultimi giorni di campagna repubblicana ha senz’altro a che vedere con i temi dello scontro personale fra Romney e Gingrich che, da un lato, implica il lavoro svolto da Romney nel settore del private equity e dall’altro il ruolo rivestito da Gingrich come consulente e, forse, mezzo-lobbista. Si tratta di due professioni, una il fiore all’occhiello dell’alta finanza e l’altra un pilastro della Washington da bere, che in teoria dovrebbero essere l’orgoglio dei repubblicani.

E, invece, i due candidati per la nomination del partito ora in testa ai sondaggi si attaccano reciprocamente sull’aliquota fiscale effettivamente pagata, sui soldi fatti ristrutturando aziende e eliminando posti di lavoro, sulle lobby e il conflitto di interesse, sulla revolving door che permette il passaggio, a volte dubbioso, dei membri del Congresso dal settore pubblico a quello privato e di nuovo a quello pubblico.

Insomma, che Occupy Wall Street abbia superato addirittura le linee nemiche?

Volata per il South Carolina. Santorum e Gingrich affilano i coltelli.

19/01/2012

Con l’annuncio del ritiro di Rick Perry arrivato giovedì in mattinata (Perry ha deciso di dare il proprio endorsement a Newt Gingrich) si restringe a quattro il gruppo di candidati ancora in gara per la nomination del Partito Repubblicano e la corsa verso la presidenza si fa, forse, più interessante.

Con meno contendenti tra cui scegliere, l’ala conservatrice del GOP, che fin qui è apparsa poco convinta di Mitt Romney, deve decidere se andare dietro Gingrich o Rick Santorum e, in questo senso, il voto in South Carolina di sabato sarà decisivo. Ron Paul, il quarto ancora in gara, continua a farsi il portavoce del messaggio libertario, ma quasi senz’altro non avrà i numeri per competere seriamente per la nomination.

Nel dibattito tenutosi ieri sera a Charleston e trasmesso in diretta televisiva da CNN, si è registrata un’ottima performance di Santorum, che pare più a proprio agio su un palcoscenico con meno pretendenti e più tempo per parlare delle proprie idee.

Gingrich ha aperto la serata in maniera scoppiettante, con un attacco alla stampa come forse non se ne erano mai visti prima (il moderatore di CNN John King ha scelto di porgli la domanda d’apertura sulla vicenda dell’ex moglie Marianne, la seconda di tre, che lo accusa in queste ore di averle chiesto un “matrimonio aperto” in modo da poter continuare a vedere l’allora amante, oggi moglie, Callista). Gingrich ha risposto criticando aggressivamente CNN e i media tradizionali per quella che secondo l’ex presidente della Camera è una voluta strategia di accuse ai repubblicani per difendere il Presidente Obama. Gingrich ha chiamato la domanda di King “una delle cose più spregevoli mai viste”.

Il resto della sua performance è stato complessivamente buono (come del resto in passato, Gingrich sa difendersi nei dibattiti). Rimangono molti dubbi sulla sua attitudine arrogante e presuntuosa, che lo rende tutt’altro che simpatico (a questo link, qualche imperdibile citazione dallo statista Gingrich, ripescate dalla squadra elettorale di Romney).

Romney si è comportato in maniera abbastanza neutra, la strategia da lui preferita fin qui, lasciando il palcoscenico ai rivali Gingrich e Santorum, il cui scontro per l’ala conservatrice del partito sta dividendo l’elettorato di destra in due, garantendo a Romney il resto dei voti repubblicani e, quindi forse, anche la nomination. L’ex governatore del Massachusetts appare però ancora impacciato sulla questione della dichiarazione dei redditi e, in generale, fatica a rispondere in maniera convincente alle domande sulla sua enorme ricchezza personale.

È molto probabile che uno dei due fra Gingrich e Santorum si ritirerà dopo il South Carolina. In questo momento, Gingrich è risalito molto nei sondaggi, arrivando a pareggiare, se non addirittura superare Romney, ma Santorum sembra sicuro di sé, rinvigorito anche dalla notizia arrivata proprio giovedì della sua vittoria in Iowa (inizialmente sembrava avesse ricevuto otto voti in meno di Romney, mentre un riconteggio delle schede sembrerebbe indicare che ne ha collezionati una ventina in più).

Anche per Romney il South Carolina diventa sempre più cruciale. Sarà forse l’ultima occasione per l’ex governatore del Massachusetts di competere contro una destra divisa e, dal suo punto di vista, è senz’altro meglio chiudere le cose in fretta senza che la vicenda si trascini oltre, dando il tempo ai conservatori di mobilitarsi a favore di uno dei rivali.

Dopo le pellicole fotografiche, scompariranno anche i libri?

19/01/2012

In questi giorni impazza in America la polemica su SOPA e PIPA, due disegni di legge proposti alla Camera e al Senato volti, secondo gli autori, a fermare la pirateria di contenuti protetti da copyright, ma, secondo i critici, che avrebbero conseguenze devastanti per il libero funzionamento della rete (ieri alcuni dei siti web più popolari, a partire da Wikipedia, hanno fatto sciopero interrompendo tutte le proprie attività). Giovedì, inoltre, è scoppiato lo scandalo Megaupload, un sito diventato famoso perchè permette agli utenti di scaricare materiale piratato (agenti federali hanno arrestato i dirigenti della società e bloccato Megaupload.com e, per tutta risposta, il gruppo di hacker Anonymous ha interrotto l’accesso al sito del dipartimento della Giustizia).

Nel frattempo, sono uscite sempre giovedì due altre notizie a sfondo tecnologico che potrebbero segnalare la fine di un’era, quella del libro stampato come lo conosciamo oggi.

Apple ha annunciato il lancio di iBooks Author, una app scaricabile gratuitamente e che dovrebbe permettere a tutti i volonterosi di auto-pubblicare libri, con varie funzioni interattive integrate, sull’iPad. In parallelo alla presentazione di iBooks2, una versione aggiornata della precedente app per leggere sul popolarissimo tablet di Apple (pensata, fra le altre cose, per sostituire i libri di testo delle scuole), si tratta questa di una mossa aggressiva da parte della società fondata da Steve Jobs verso la conquista dell’editoria online.

Il mercato degli ebook è ancora dominato da Amazon, piattaforma su cui, da aprile, la vendita di libri in formato digitale per Kindle ha superato quella dei rispettivi ancora fatti di carta. Apple è più che mai determinata a recuperare il terreno perduto, puntando, come detto, sui testi per le scuole, ma anche sul nuovo settore del self-publishing, un sistema che, grazie alle nuove tecnologie, permette a chiunque di pubblicare i propri libri e a venderli al prezzo desiderato.

Il mondo dell’editoria, già in crisi, ha di che temere, con i suoi vari livelli di redattori, contro-redattori, pubblicisti, agenti, stamperie, una macchina che potrebbe essere spazzata via del tutto se il self-publishing dovesse davvero prendere piede.

Naturalmente, siamo solo all’inizio di quello che si prospetta come un processo lungo e tortuoso. Sta di fatto che la notizia del lancio di iBooks Author arriva proprio nel giorno in cui la mitica casa fotografica americana Kodak ha fatto richiesta di essere ammessa nel cosiddetto Chapter 11, lo stato di bancarotta che, secondo le leggi americane, permette alle aziende di ristrutturare le proprie attività libere da creditori e contratti sindacali.

Anch’essa devastata dallo sviluppo delle nuove tecnologie della fotografia digitale, Kodak ha in programma di provare a riemergere dalla bancarotta concentrandosi su stampanti e inchiostro (oltre che vendendo il proprio tesoro di brevetti). Anche se ce la dovesse fare, cosa che in molti dubitano, si tratterà comunque di una realtà completamente diversa da quella dell’azienda diventata famosa nel mondo grazie alla qualità delle proprie pellicole e di tutti i materiali per lo sviluppo e la stampa dei negativi nell’era pre-digitale.

Insomma, che la fotografia tradizionale sia ormai finita lo si sa già da tempo. Sarà questo anche il destino dei libri?

Tutta colpa di Bush

18/01/2012

Si pensa a quello americano come a un elettorato che dimentica e perdona facilmente.

Per il sollievo del Presidente Barack Obama, il più recente sondaggio di Washington Post/ABC News, parrebbe indicare il contrario.

Il 54% degli intervistati ha, infatti, dichiarato di ritenere l’ex presidente George W. Bush più responsabile di Obama per l’attuale crisi economica, mentre solo il 29% si sarebbe detto convinto del contrario.

Questo rapporto rimane praticamente invariato anche tra gli indipendenti, di cui tutti sono sempre all’inseguimento. Il 57% di costoro considera Bush colpevole, mentre il 25% pensa la colpa sia più di Obama.

A tre anni dal suo insediamento, si tratta di un risultato abbastanza sorprendente per Obama. Solitamente, un presidente neo-eletto ha solo qualche mese a disposizione per accusare i predecessori di aver causato questo o quel problema corrente, dopo di che gli elettori non gli danno più ascolto e ritengono lui responsabile di tutto, che sia vero o meno.

All’inizio del proprio mandato alla Casa Bianca, Obama ha spesso fatto il nome di Bush nei propri discorsi e interventi. Ma con il passare del tempo, la cosa si è molto attenuata. Ragion per cui il risultato di quest’ultimo sondaggio è ancor più sorprendente.

Ora, a qualcuno potrebbe venire in mente di suggerire a Obama di tornare a attaccare il predecessore in vista del voto di novembre. Ma il presidente deve fare attenzione perchè tale strategia si potrebbe rivelare un’arma a doppio taglio. Pur volendo mantenere vivi nell’elettorato questi sentimenti, che gli rendono la vita senz’altro più facile, Obama deve assolutamente evitare di apparire troppo rivolto verso il passato, anche se ne avrebbe motivo, perchè gli elettori potrebbero interpretare questo atteggiamento come quello di una persona che vuole dare la colpa dei propri errori a un altro senza prendersi le proprie responsabilità.

Il mistero delle tasse di Romney

17/01/2012

Negli Stati Uniti è costume che i candidati alla Casa Bianca non solo rendano pubblici i dati sulla propria ricchezza personale e familiare (cosa obbligatoria per legge), ma che rilascino anche le proprie dichiarazioni dei redditi. Storicamente, quasi tutti i contendenti per la nomination del proprio partito accettano questa usanza, ad eccezione di qualche d’uno qui e là.

Tra i candidati più riluttanti va contato sicuramente Mitt Romney, che già nel 2008 si era rifiutato. In questi giorni, sta crescendo il coro di voci che gli chiedono di farlo almeno quest’anno, sia tra gli avversari democratici sia in casa repubblicana. Durante il dibattito presidenziale trasmesso lunedì sera da Fox News in diretta dal South Carolina, Romney è parso addirittura sorpreso quando il moderatore, incalzato dai rivali di Romney, in particolare Rick Perry, gli ha chiesto quali fossero i suoi programmi in merito. L’ex governatore del Massachusetts ha dato una risposta tentennante che procedeva più o meno così: ”forse, probabilmente, vediamo, direi di sì, ci pensiamo poi in aprile”.

Naturalmente si chiedono tutti cosa ci sia dietro la riluttanza di Romney. Che sia molto ricco lo si sa già. E gli elettori americani solitamente non considerano la ricchezza personale come un ostacolo verso la politica, tutt’altro (basti pensare al sindaco di New York Michael Bloomberg). Si sospetta dunque che ci sia dell’altro.

Romney, che fa il candidato professionista alla Casa Bianca ormai dal 2007, non ha un reddito che gli viene dal lavoro, bensì si mantiene grazie ai milioni di dollari di investimenti fatti durante gli anni. Come si sa, questo genere di introiti, i cosiddetti capital gain, sono tassati oggi in America a un aliquota particolarmente bassa, il 15%.

La ragione per cui Romney non vuole rilasciare la propria dichiarazione dei redditi, pensano dunque in molti, è che in un momento storico in cui le tensioni tra i ricchi e i poveri sono alte, in cui si criticano gli americani più abbienti perchè pagano sempre meno tasse, in cui persino il miliardario Warren Buffett si sente in colpa perchè paga una percentuale sul proprio reddito inferiore a quella imposta alla sua segretaria, e in cui i candidati repubblicani, compreso Romney, non fanno altro che parlare di abbassare ulteriormente il carico fiscale, inclusa l’aliquota sui capital gain, Romney vuole evitare di far sapere al mondo che fa parte di un elite non solo ricchissima, ma che, in percentuale sul reddito, paga anche meno tasse federale degli altri.

I dubbi sono stati confermati proprio da Romney, durante un raduno elettorale tenutosi questa mattina in South Carolina. L’ex governatore del Massachusetts ha dichiarato che l’aliquota che paga:

“è circa sul 15 percento, perchè negli ultimi dieci anni, il mio reddito è derivato principalmente da investimenti fatti in passato. Ho guadagnato un po’ di soldi con il mio libro, ma ho devoluto quei soldi in beneficenza, e poi vengo pagato per tenere discorsi, ma non molto”.

Tanto per capirci, il “non molto” che Romney ha guadagnato parlando a vari eventi e conferenze l’anno scorso ammonta a $374.327,62  dollari, per una media di $41.592 a discorso.

La questione dell’aliquota fiscale pagata da Romney sul proprio reddito potrebbe diventare, nelle elezioni generali (sempre naturalmente che Romney vinca la nomination del GOP) una questione ancor più delicata per lui di quanto sia stato fin qui il suo lavoro per Bain Capital.

L’abbandono di Jon Huntsman

16/01/2012

Oggi a Myrtle Beach, South Carolina, l’ex governatore dello Utah Jon Huntsman annuncerà l’intenzione di lasciare le primarie del GOP e ufficializzerà il proprio sostegno per il rivale Mitt Romney.

La campagna di Huntsman, che era sembrata promettente all’inizio, in realtà non è mai decollata ed era ormai già previsto che l’ex Ambasciatore americano in Cina avrebbe dovuto prenderne atto a un certo punto e ritirarsi.

Il tempismo della decisione di Huntsman è però un po’ sorprendente. Lascia, infatti, dopo il proprio risultato elettorale migliore (in New Hampshire), qualche giorno prima del voto in South Carolina, a cui comunque si era già preparato, e alla vigilia di due dibattiti televisivi (uno su Fox News questa sera alle 21 e uno previsto per giovedì sera su CNN), che tradizionalmente offrono ai candidati uno spazio gratuito per farsi vedere e parlare delle proprie proposte.

Per un candidato il cui problema maggiore fin qui è stato quello di farsi conoscere dagli elettori repubblicani, e che ha senz’altro ambizioni oltre questa campagna elettorale (c’è chi dice per le presidenziali 2016 e chi mormora che Huntsman miri al ruolo di segretario di Stato), quella di rinunciare a un’altra settimana di apparizioni pubbliche sostanzialmente gratis o pre-pagate appare come una scelta un po’ autolesionista.

Le indiscrezioni che arrivano dai consulenti della campagna di Huntsman danno due ragioni chiave: in primo luogo, l’ex governatore dello Utah aveva sperato che il risultato del New Hampshire lo aiutasse a risalire nei sondaggi in South Carolina, in modo da competere per il secondo/terzo posto, cosa che invece non è successa. Senza speranze di fare bene nel Palmetto State e con problemi di raccolta fondi, Huntsman avrebbe dunque pensato bene che era tempo di finirla.

L’altra spiegazione che viene data in queste ore è che, consapevole di rubare voti a Romney (si tratta degli unici due candidati che hanno almeno provato a ottenere il sostegno dei moderati/indipendenti), Huntsman abbia deciso di giocare di squadra e si sia tolto dai piedi, sperando magari che Romney, dovesse essere eletto presidente, se ne ricordi e ricambi il favore.

Super PAC all’attacco

10/01/2012

Mentre Mitt Romney si prende il New Hampshire, come per altro scontato, è il momento di fare una mini riflessione sull’effetto già avuto fin qui, in questa stagione di primarie repubblicane, dalle cosiddette super PAC, ovvero quelle strane creature nate dalla decisione della Corte Suprema nel caso Citizens United vs. Federal Election Commission, che ha del tutto liberalizzato il regime che regola i finanziamenti privati alle campagne elettorali.

Con il solo limite di non potersi coordinare direttamente con le attività dei candidati, le super PAC possono operare quasi senza restrizioni a favore di un politico o dell’altro, avendo inoltre il diritto di ricevere donazioni illimitate da privati e corporation.

Dopo aver influenzato pesantemente i risultati delle elezioni di medio-termine del 2010, le super PAC si stanno facendo sentire anche quest’anno, prima ancora che si arrivi al duello finale per la Casa Bianca.

In particolare, il gruppo pro-Romney Restore Our Future, che ha tasche molto profonde, grazie a una costosissima campagna di spot televisivi, è ritenuto responsabile per il recente affossamento di Newt Gingrich nei sondaggi, dopo che l’ex presidente della Camera era arrivato addirittura a condurre in dicembre.

Ora, una simile super PAC che sostiene Gingrich (Winning Our Future), si ripromette di ricambiare il favore. I responsabili hanno annunciato questa settimana l’acquisto di spazi televisivi in South Carolina per un ammontare di 3,4 milioni di dollari. Si prevede che andranno quasi tutti in ultimi disperati attacchi contro Romney.

Questa possibilità si è presentata a Gingrich (che ricordiamo non può ufficialmente lavorare in cooperazione con la super PAC) improvvisamente, quando l’amico di lunga data Sheldon Adelson, magnate dei casino di Las Vegas, indomito difensore di Israele, e imprenditore con più di un problema con il fisco (qui un ottimo profilo di qualche anno fa dal New Yorker), ha donato a Winning our Future ben 5 milioni di dollari venerdì.

Tanto per dire chi è che muove i soldi che controllano la politica elettorale americana…

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