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Attacco a Kabul riaccende le tensioni in Afghanistan

17/05/2013

da Kabul

Il rumore dell’esplosione si è sentito in tutta la città, facendo tremare gli edifici per centinaia di metri e facendo infrangere porte a vetri e finestre.
Dopo oltre due mesi di calma apparente, la paura è tornata a scuotere Kabul. Nella mattina del 16 maggio, un attentato suicida nella parte orientale della capitale afgana ha fatto 16 morti e almeno 38 feriti. Fra le persone decedute gli stranieri sono sei, di cui due soldati internazionali e quattro contractor (guarda le foto). Tra le vittime anche 10 civili, di cui due bambini.
MACCHINE E PERSONE INCENERITE. Una colonna di fumo si è levata nel cielo di Kabul mentre la deflagrazione inceneriva decine di macchine nelle vicinanze. Chi era lì intorno è stato bruciato vivo: anche i sopravvissuti saranno per sempre irriconoscibili.
Le forze dell’ordine locali e gli uomini della missione internazionale sono arrivati in fretta, per transennare la zona e fare un primo sopralluogo.
L’ALLARME DELLE AMBASCIATE. Subito sono scattate le misure di sicurezza: l’ambasciata americana e altre rappresentanze occidentali hanno immediatamente lanciato l’allarme e ristretto i movimenti del proprio personale. Gli italiani sono stati contatti uno a uno, per accertare la loro incolumità.
Il contrasto tra la frenesia degli occidentali e il resto della capitale, fuori dalla zona protetta, non potrebbe essere più acuto: la popolazione, che di attentati ne ha visti tanti, ha continuato a svolgere il proprio tran tran quotidiano, approfittando del giorno di festa (il weekend qui, perlomeno negli uffici governativi, si celebra il giovedì e venerdì).
IL PASSAGGIO DEL CONTINGENTE ISAF. Le informazioni su quanto accaduto per ora scarseggiano. È stato accertato che una Toyota Corolla carica di esplosivi fosse parcheggiata nel distretto industriale di Karta-e Naw e che l’autista abbia detonato il proprio veicolo bomba alle otto del mattino circa, al passaggio di un convoglio dell’International security Assistance force (Isaf) che trasportava un contingente internazionale.

Un drammatico risveglio di bombe e armi

La scena dell'attentato kamikaze a Kabul del 9 marzo.(© Ansa) La scena dell’attentato kamikaze a Kabul del 9 marzo.

Se le modalità sono le solite, tuttavia il primo attentato da marzo, quando un kamikaze si è fatto esplodere vicino al ministero della Difesa uccidendo nove persone, simboleggia l’inizio della tradizionale “offensiva di primavera” dei talebani. Un drammatico risveglio di bombe e armi che, con la bella stagione, lascia la propria scia di sangue nell’Afghanistan martoriato.
Un rappresentante di Hezb-e-Islami, uno dei tanti gruppi che compongono il variegato panorama dell’insorgenza, ha infatti rivendicato l’attentato: in una telefonata all’emittente Bbc subito dopo la strage lo ha descritto come il primo atto di una nuova campagna contro gli americani in Afghanistan.

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Afghanistan, il rebus del ritiro Usa

15/05/2013

Da Kabul

Il presidente afghano Hamid Karzai torna in questi giorni a far parlare di sé negli Stati Uniti con l’ennesima dichiarazione a sorpresa.

9 maggio 2013, Kabul. Il presidente afghano Hamid Karzai nel suo discorso per l’80esimo anniversario dell’Università di Kabul. (Massoud Hossaini/Afp/Getty Images)

LA MOSSA A SORPRESA DI KARZAI. In occasione della cerimonia per l’ottantesimo anniversario della fondazione dell’Università di Kabul la settimana scorsa, Karzai ha affermato che gli Stati Uniti gli avrebbero chiesto di mantenere nove basi militari in Afghanistan anche dopo il ritiro delle truppe internazionali. Richiesta che il presidente afghano si è detto pronto a soddisfare a patto che Washington continui a impegnarsi nell’addestramento dell’esercito nazionale, nella costruzione di infrastrutture e grandi opere pubbliche e a favore dello sviluppo economico del Paese.
L’uscita di Karzai è solo l’ultima mossa in ordine di tempo nella partita a scacchi che si sta giocando ora tra il governo americano e quello afghano. In palio c’è il futuro delle loro relazioni bilaterali oltre che la stabilità politica e economica dell’Afghanistan.
I NEGOZIATI PER IL DOPO-ISAF. Con l’approssimarsi della scadenza di fine 2014 — quando la missione dell’International Security Assistance Force (ISAF) lanciata nel 2003, guidata dalla NATO e composta soprattutto di truppe americane, volgerà al termine — si stanno facendo più intense le pressioni affinché Kabul e Washington si accordino su come gestire la presenza internazionale in Afghanistan dal 2015 in avanti.
Sono dunque in corso i negoziati sul cosiddetto «Bilateral Strategic Agreement» — o accordo strategico bilaterale — che dovrà determinare il numero, la posizione e le responsabilità del contingente di truppe statunitensi in Afghanistan nel dopo-ISAF e sulla cui base anche gli alleati europei della NATO decideranno come e quanto contribuire.

Le bandiere dei paesi membri del contingente Isaf nella base di Bagram, 50 km a nord di Kabul. (Shah Marai/Afp/Getty Images)

LA SMENTITA DELLA CASA BIANCA. A vista d’occhio però le due parti in causa sono ancora lontane da un compromesso che sia soddisfacente per tutti.
L’annuncio di Karzai sulle nove basi che gli americani desidererebbero tenere — a Kabul, Bagram, Mazar, Jalalabad, Gardez, Kandahar, Helmand, Shindand e Herat — è stato interpretato a Washington sì come un passo avanti rispetto a dichiarazioni passate del presidente afghano, che è arrivato a accusare il governo a stelle e strisce di complottare con i talebani per destabilizzare il Paese. Ma per il resto è stato ricevuto molto freddamente, con i funzionari dell’Amministrazione Obama che sono subito corsi ai ripari, spiegando ai media di non aver mai parlato di nove basi con Karzai e, soprattutto, di non volerle nemmeno.
LE RICHIESTE DI WASHINGTON. Nonostante non sia ancora stato ufficializzato il numero di truppe che gli americani vorrebbero lasciare in Afghanistan dopo il 2014, si è, però, sempre parlato di circa diecimila unità, che Washington desidera vedere alloggiate in basi afghane. Stati Uniti e NATO non hanno infatti in programma di lasciare intatte le mega infrastrutture costruite in questi dieci anni di ISAF, ritenute troppo onerose perché gli afghani possano mantenerle con i propri fondi limitati.
Piuttosto, gli Stati Uniti insistono che a qualsiasi contingente a stelle e strisce che continuerà a operare nel Paese anche dopo il 2015 Kabul conceda l’immunità dalle leggi locali, istanza che per ora pare essere poco gradita al governo Karzai.
UN ACCORDO ANCORA LONTANO. La strada verso un accordo finale è quindi ancora lunga e tortuosa, anche se si rumoreggia che un annuncio potrebbe arrivare già quest’estate. Va però ricordato che le speranze degli americani furono deluse in Iraq nel 2011. Washington aveva dato per scontato un simile accordo bilaterale ma il governo di Baghdad decise invece di liberarsi di tutto il contingente straniero, in particolare proprio perché riteneva inaccettabile la richiesta americana di immunità per le proprie truppe.

Soldati americani all’ingresso della base militare nei pressi del villaggio di Alkozai. (Jangir/Getty Images)

7 MLD, IL COSTO DEL RIMPATRIO USA.Procede intanto il lento ritiro delle forze a stelle e strisce (e NATO), che si calcola potrebbe venire a costare al governo americano fino a sette miliardi di dollari. Gli Stati Uniti devono rimpatriare circa 66 mila soldati e 22 mila container pieni di elicotteri, veicoli blindati e carri armati, da un Paese che non ha accesso al mare e è circondato da vicini litigiosi e difficili. Pare che il 60% delle merci transiterà via Pakistan, per imbarcarsi alla volta degli Stati Uniti al porto di Karachi. Il resto avanzerà invece attraverso una serie di ex repubbliche sovietiche fino a arrivare sul Mar Baltico. Un affare quindi assai più complicato dal punto di vista logistico di quanto non sia stato il ritiro dall’Iraq, per cui gli Stati Uniti avevano usato il Kuwait come tappa intermedia.

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Kabul, servizi sanitari a rischio

14/05/2013

da Kabul

Hassan e Mahmadullah, vittime dell'esplosione accidentale di un proiettile, e Mukhlis, ferito da proiettili vaganti.<br />
” src=”http://www.lettera43.it/upload/images/05_2013/l43-kabul-130510135412_medium.jpg” align=”left” /></a><em>(© Valentina Pasquali) Hassan e Mahmadullah, vittime dell’esplosione accidentale di un proiettile, e Mukhlis, ferito da proiettili vaganti.</em></p>
</div>
<p>Siedono in carrozzella, con le gambe ingessate e le braccia fasciate, lo sguardo perso nel vuoto e il volto cupo. Mahmadullah e Hassan sono fratelli, hanno 22 e 15 anni e arrivano dalla provincia di Ghazni, circa 200 chilometri a Sud di Kabul in direzione Kandahar.<br />
<strong>TRANQUILLITÀ BLINDATA</strong>. Le loro storie si incrociano nel giardino assolato del Centro chirurgico per vittime di guerra gestito da Emergency, un’oasi di tranquillità blindata nel centro della capitale afgana.<br />
I primi di maggio Mahmadullah e Hassan stavano rientrando a casa dalla fabbrica di mattoni in cui lavoravano, accompagnati dal fratellino di 13 anni, quando si sono fermati sul bordo della strada, attirati da un oggetto oblungo e scintillante.<br />
L’hanno raccolto per giocarci e, dopo esserselo tirati l’un l’altro per qualche minuto, se ne sono liberati gettandolo per terra. È a questo punto, racconta a <i>Lettera43.it</i> il più grande dei due, che l’oggetto, un proiettile da artiglieria inesploso lungo circa quanto un avambraccio, è detonato in una pioggia di frammenti letali.<br />
<strong>BAMBINI COLPITI DALLE MINE.</strong> Il più piccolo dei fratelli è morto sul colpo. Mahmadullah e Hassan, invece, si sono salvati. Feriti gravemente agli arti e all’addome sono stati trasportati all’ospedale pubblico provinciale. Ma qui nessuno sapeva come curarli o con che mezzi. Così, come ormai tradizione in tutta l’Afghanistan, sono stati trasferiti al centro di Emergency di Kabul.<br />
«Ne abbiamo visti tanti di incidenti di questo genere, soprattutto a causa delle mine. C’è stato un momento in cui il programma di sminamento sembrava avere un certo successo e il numero di bambini colpiti era diminuito» racconta a <i>Lettera43.it</i> Akbar Jan, il coordinatore nazionale di Emergency. «Nell’ultimo periodo, però, le vittime sono tornate ad aumentare».</p>
<h3>Dal 1999, Emergency ha curato oltre 3 milioni e mezzo di persone</h3>
<div><a href=L'ingresso principale del Centro chirurgico per vittime di guerra gestito da Emergency a Kabul(© Valentina Pasquali) L’ingresso principale del Centro chirurgico per vittime di guerra gestito da Emergency a Kabul

Per trovarle, basta volgere lo sguardo. C’è il 13enne Mukhlis, anche lui un paziente di Emergency a Kabul. Il 6 maggio, mentre giocava in cortile durante l’intervallo, è stato ferito ripetutamente da proiettili vaganti: quelli di uno scontro tra le truppe governative e i ribelli, scoppiato improvvisamente nei pressi della sua scuola nella provincia di Wardack, a Est di Kabul.
Dal 1999, anno in cui la Ong è arrivata in Afghanistan, Emergency ha curato oltre 3 milioni e mezzo di persone nei tre ospedali e 40 cliniche che gestisce in tutto il Paese, offrendo una qualità e una varietà di servizi impareggiabile rispetto agli standard locali.
NESSUN ACCESSO ALLA SANITÀ. Le strutture, nate per trattare le vittime di guerra, con il tempo si sono adattate alle necessità di una popolazione sostanzialmente senza accesso alla sanità (anche se, almeno sulla carta, l’Afghanistan ha un servizio sanitario pubblico e gratuito).
Nel 2003 Emergency ha aperto anche un centro maternità a Anabah, nella regione montuosa del Panjshir, per far fronte a una emergenza di mortalità infantile – con 134 bambini su 1.000 che muoiono dopo il parto – e materna, pari a 200 volte quello dei Paesi sviluppati.
Anche l’ospedale di Kabul, collocato in un asilo nido costruito a suo tempo dai sovietici, dopo l’arrivo della missione internazionale dell’Isaf, International security assistance force, nel 2003 aveva cominciato ad accettare altri pazienti oltre alle vittime di guerra. Arrivavano, per esempio i feriti negli incidenti stradali: un segno che la violenza si era parzialmente placata, almeno per qualche tempo.
VITTIME DI GUERRA IN AUMENTO. «Nel luglio 2010 abbiamo però dovuto di nuovo restringere i criteri di ammissione alle sole vittime di guerra, perché il loro numero ha ripreso ad aumentare. Nel 2012, per dire, abbiamo avuto il record di ammissioni», racconta a Lettera43.itEmanuele Nannini, il responsabile italiano di Emergency in Afghanistan. «In questo senso sembra di nuovo di essere in un Paese coinvolto in un conflitto generalizzato».

Il rischio che la cooperazione internazionale abbandoni il Paese

Un infermiere dell'ospedale di Emergency, a Kabul, assiste un paziente nel reparto di terapia intensiva, l'unico gratuito in tutto il Paese.(© Valentina Pasquali) Un infermiere dell’ospedale di Emergency, a Kabul, assiste un paziente nel reparto di terapia intensiva, l’unico gratuito in tutto il Paese.

La situazione, però, potrebbe peggiorare. Nel 2014, infatti, è prevista la partenza delle truppe internazionali, dopo 13 anni di presenza. La missione Nato che dovrebbe sostituire i soldati ancora non è stata definita, né in termini di aiuti economici né di sostegno logistico e militare. E la paura si sparge in tutto il Paese.
LA SINDROME DI SAIGON. Fiaccati da decenni di invasioni, combattimenti e povertà, gli afgani si chiedono che cosa potrà capitare una volta che l’Isaf avrà sgombrato il campo, e l’esercito e la polizia nazionale rimarranno soli a combattere l’insorgenza.
La ‘sindrome di Saigon’ già aleggia nell’aria: il riferimento è al frettoloso abbandono del Vietnam da parte degli americani, nel 1975. Allora, assieme ai militari stranieri che scappavano aggrappati agli elicotteri presero il volo anche i civili e gli aiuti internazionali, privando la popolazione di servizi critici, a partire proprio dalla sanità.
Un rischio che l’Afghanistan non può correre: senza la cooperazione internazionale, qui ora non ci sarebbe quasi assistenza. Emergency, che è arrivata nel Paese quando al potere c’erano ancora i talebani, ha già fatto sapere alla popolazione che intende restare.

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Capitali in fuga da Kabul

10/05/2013

Da Kabul

Come avrebbe dovuto essere il Grand Marriott Hotel di Kabul.

Dopo aver tentato per anni — seppure a singhiozzi — di costruire un hotel a cinque stelle nel centro di Kabul, la divisione internazionale della catena alberghiera Marriott ha annunciato questa settimana di voler staccare la spina a tale progetto, che rimane oggi incompleto. Alex Kyriadikis, il responsabile per l’Africa e il Medio Oriente di questo colosso mondiale dell’ospitalità, ha dichiarato al Times of London di non ritenere più sufficienti le condizioni di sicurezza nella capitale afghana.
TIMORI PER IL FUTURO DELLA SICUREZZA. Si tratta naturalmente di un presagio infausto per il futuro del Paese, in previsione di quella transizione militare che, entro la fine del 2014, vedrà la partenza della gran parte del contingente di truppe internazionali che è stazionato in Afghanistan da oltre un decennio e che ha raggiunto un picco di 140 mila unità nel 2011. Assieme ai soldati dell’ISAF – l’International Security Assistance Force– è probabile che faranno le valigie anche tanti di quei rappresentanti della cooperazione internazionale che hanno invaso Kabul e altre aree del Paese a partire dal 2001 e che temono però una forte ripresa della violenza (se non addirittura una vera e propria guerra civile) una volta che i talibani si troveranno di fronte solo le forze di sicurezza locali.
Prenderà dunque il volo per migliori lidi un’economia di aiuti internazionali che, secondo dati della Banca Mondiale, ha toccato quota 15,7 miliardi di dollari nell’anno fiscale americano del 2010-2011, pressoché l’equivalente dell’intero Pil afghano per il 2011.

«Entro il 2014, la partenza di gran parte del contingente militare internazionale».

FUGA DEGLI INVESTITORI INTERNAZIONALI. Non sorprende che, spaventati dal possibile deterioramento della situazione politica locale e dalla repentina scomparsa del grosso giro d’affari garantito dalla presenza straniera, fuggano anche i grandi investitori internazionali come Marriott, che di fini umanitari non ne hanno e sono qui intrinsecamente alla ricerca del profitto.
A meno di impreviste buone notizie, rischia quindi di rimanere in Afghanistan solo un’economia di sussistenza che non produce quasi niente, nemmeno — mi è stato raccontato — la miscela di acqua sterilizzata e sale che va nelle flebo e che, come quasi tutto il resto, viene importata dal Pakistan.
DEBOLEZZA DELL’ECONOMIA LOCALE. Negli ultimi dodici anni, c’è stata sì l’esplosione del settore della telefonia mobile, che oggi può contare su una base di circa 18 milioni di utenti e ha portato — almeno a Kabul — decine di compagnie in competizione l’una con l’altra e persino il collegamento 3G. Ma a parte questo, il decennio di occupazione straniera ha visto lo sviluppo di appena una manciata di industrie — un po’ di assicurazioni, un po’ di servizi sanitari privati e i trasporti — oltre naturalmente a quelle che dipendono dagli aiuti internazionali.
DISOCCUPAZIONE AL 48%. Secondo il Ministero dell’Economia, circa mezzo milione degli afghani che ogni anno entrano a far parte del mercato del lavoro non trova un’occupazione. Secondo le stime più recenti, il 48% di persone in questo Paese è completamente disoccupato o trova solo lavori stagionali e temporanei. «Siamo grati per gli aiuti internazionali della comunità internazionale degli ultimi 11 anni», ha dichiarato in una conferenza stampa il Ministro Abdul Hadi Arghandiwal. «Avremmo però gradito che i soldi fossero investiti sulla base delle nostre necessità nazionali. Molti dei progetti erano concepiti a breve termine, da completare in fretta e per soddisfare gli interessi dei Paesi donatori».

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Kabul, sulla frontiera del nation building

08/05/2013

Da Kabul

In questi giorni si è surriscaldato pericolosamente il confine tra Afghanistan e Pakistan. Nell’ultima settimana, questa regione montuosa e remota è diventata teatro di almeno un paio scontri tra le forze di sicurezza dei due Paesi, scontri che stanno generando in Afghanistan un’inaspettata ondata di nazionalismo, in particolare tra i giovani.

2 maggio 2013. Il feretro della vittima-martire degli scontri con il Pakistan. (Strdel/Afp/Getty Images)

GLI SCONTRI E LA VITTIMA MARTIRE. Le zuffe, che per il momento sono costate la vita alla guardia di confine afghana Qasim Khan, sono cominciate il primo maggio, quando truppe di Kabul hanno assalito e riconquistato vari posti di blocco controllati dal Pakistan in territorio che l’Afghanistan ritiene proprio – nel distretto di Goshta della provincia orientale di Nangarhar, vicino alla città di Jalalabad. Khan è ora riverito come martire dai suoi concittadini e celebrato come un eroe nazionale. Le mischie si sono poi ripetute anche il 6 maggio, pur non provocando vittime da nessuna delle due parti.

I PASHTUN DIVISI DA UN CONFINE ARBITRARIO. Il confine tra Afghanistan e Pakistan, la cosiddetta Linea Durand dal nome di Mortimer Durand, l’allora ministro degli Esteri del Raj britannico che ne negoziò l’accordo con l’Emiro afghano Abdur Rahman Khan, fu stabilito arbitrariamente nel 1893 (quando il Pakistan era ancora India) e creò una divisione artificiale tra la popolazione pashtun che abita questa regione e che improvvisamente si trovò ad avere due nazionalità differenti. Soprattutto per questa ragione (i pashtun sono l’etnia più numerosa in Afghanistan, anche se non maggioritaria) gli afghani non l’hanno mai accettato, continuando a rivendicare — con più o meno insistenza a seconda dei momenti storici — la propria sovranità fino alla città di Peshawar inclusa.

La linea Durand, il confine Afghanistan-Pakistan.

KABUL TEME AUMENTO INFLUENZA DI ISLAMABAD. Sono già mesi che le autorità afghane si lamentano di questi nuovi posti di blocco eretti dai pakistani senza alcuna autorizzazione. Con l’avvicinarsi della partenza delle truppe straniere nel 2014, la preoccupazione principale di Kabul è che Islamabad (accusata anche di interferire nei tentativi di coinvolgere i talibani nei negoziati di pace) stia approfittando di questa transizione per espandere la propria influenza in Afghanistan. Nella conferenza stampa del 4 maggio — la stessa in cui ha detto di aspettarsi che i sacchi di contanti della CIA continueranno a essergli recapitati regolarmente anche in futuro — il presidente afghano Hamid Karzai ha gettato benzina sul fuoco reiterando ufficialmente che il proprio Paese non ha mai riconosciuto la Linea Durand e dichiarando: «Il popolo afghano deve mostrare il proprio sostegno a questo giovane uomo [la guardia Qasim Khan] che ha accettato il martirio per difendere la propria terra».

L’OCCASIONE PER RAFFORZARE L’IDENTITÀ NAZIONALE. Nonostante questi scontri di frontiera rischino quindi di peggiorare ulteriormente i già difficili rapporti tra Afghanistan e Pakistan, complicati proprio dal confine poroso e sostanzialmente incontrollabile, la vicenda è vissuta in maniera positiva in Afghanistan.
In molti vi riconoscono infatti l’opportunità di un importante esercizio di «nation building» per un Paese, profondamente diviso a livello etnico e tribale, che ha sempre faticato a forgiare un vero senso di unità nazionale.

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Usa, boom energetico inarrestabile

03/05/2013

Da Washington

Il boom energetico americano continua a sorprendere per vitalità e dimensioni anche gli osservatori più ottimisti. Questa settimana, il Geological Survey — l’agenzia federale che si occupa di rilevamenti geologici e che fa parte del ministero degli Interni – ha aggiornato le proprie stime sulle riserve di petrolio e gas naturale presenti nelle profondità del North Dakota, stime che risalivano solo al 2008. Si è così scoperto che le formazioni rocciose di questo stato nel nord del Paese racchiudono circa il doppio di greggio e il triplo di gas di quanto pensato fino ad ora.

Spettro delle risorse energetiche del North Dakota.

USA, UN BOOM ENERGETICO INARRESTABILE. Nel dare la notizia, l’agenzia federale ha rilevato che sono state le più recenti innovazioni tecnologiche ad aver reso i giacimenti della zona conosciuta come Three Forks (tre forchette in italiano) «tecnicamente raggiungibili» e ha comunque precisato che non tutti i depositi in questione sono da considerarsi già pienamente sfruttabili a livello commerciale. In ogni caso, l’inclusione di Three Forks tra le aree del North Dakota con immediato potenziale estrattivo porta il totale di riserve energetiche di questa regione degli Stati Uniti, che comprende oltre al North Dakota anche il South Dakota e il Montana, a 7,4 miliardi di barili di petrolio, 6,7 mila miliardi di piedi cubici di gas naturale e 0,54 miliardi di barili di LNG.

Schema di fratturazione idraulica.

NORTH DAKOTA, NUOVO ELDORADO DI GREGGIO E GAS. Numeri che fanno andare in visibilio il Senatore John Hoeven, il repubblicano del North Dakota che nel 2011 aveva chiesto al ministero degli Interni di procedere con una rivalutazione dei giacimenti della zona. Per il suo Stato, infatti, questo annuncio significa quasi certamente milioni di dollari in nuovi investimenti e l’ennesima garanzia che l’industria energetica — responsabile per l’improvvisa espansione economica avvenuta qui di recente (il tasso di disoccupazione è ora al 3,3%, il più basso degli Stati Uniti) – vorrà rimanere piantata ancora per decenni.
IL SOGNO DELL’INDIPENDENZA ENERGETICA. Ma gioisce anche l’economia americana tutta, che sta traendo grandi vantaggi dallo sviluppo di tecnologie quali la fratturazione idraulica, o fracking, che rendono possibile lo sfruttamento di nuove fonti di energia. E fa festa pure la politica estera a stelle e strisce, i cui leader non vedono l’ora di poter dichiarare il Paese completamente indipendente dagli ingenti ma strategicamente ostici giacimenti mediorientali. Tra l’altro il Congresso sta valutando se e come sfruttare questa nuova produzione americana per vendere energia a Paesi, soprattutto in Asia e in Europa, oggi vincolati alle esportazioni dalla Russia.
Arrivano poi questa settimana buone notizie anche per gli ambientalisti, preoccupati dell’impatto che una tecnica invasiva come il fracking rischia di avere sulle falde acquifere e sugli ecosistemi delle zone coinvolte.
TECNICHE ESTRATTIVE MENO PERICOLOSE. L’Environmental Protection Agency (o EPA), l’agenzia per la protezione ambientale del governo di Washington, ha pubblicato infatti uno studio in cui si rivela che, grazie alle nuove tecnologie e a regole e controlli più rigorosi, le pericolose perdite di metano causate dai processi di produzione di gas naturale — negli ultimi anni soprattutto il fracking — sono diminuite enormemente dal 1990, nonostante tale produzione sia cresciuta del 40% nello stesso periodo di tempo.
RISPARMIO ENERGETICO DESTINATO A RALLENTARE. Esiste però naturalmente anche l’altra faccia della medaglia. Con tutta questa abbondanza di nuove risorse diventa più difficile per il governo americano fare pressione affinché cittadini e aziende si impegnino sul fronte del risparmio energetico. Negli ultimi anni sono stati fatti grossi passi avanti in questo senso, in particolare grazie a nuovi standard di consumo imposti sulle automobili e altri veicoli da strada. Tant’è che, se Washington dovesse rendere permanenti tutte le leggi in vigore oggi in difesa dell’ambiente, la crescita delle emissioni americane di gas inquinanti si arresterebbe completamente, producendo quindi una curva «piatta» da qui al 2040.

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Se Obama rischia di perdere il Senato

30/04/2013

Da Washington

23 aprile 2013, Washington. Il senatore democratico Max Baucus dopo l’annunio del suo ritiro. (Win McNamee/Getty Images)

Con l’annuncio la settimana scorsa del ritiro dalla vita politica del senatore democratico del Montana Max Baucus, che presiede la cruciale Commissione Finanze, salgono a sei il numero di seggi al Senato di Washington oggi occupati da rappresentati di prim’ordine del partito del presidente Barack Obama che non intendono però ricandidarsi nelle elezioni di medio termine del 2014. E con essi cresce anche il rischio che, dopo essere riusciti inaspettatamente a riconfermarsi nel 2010 e nel 2012, i democratici perdano il controllo della Camera alta del Congresso americano l’anno prossimo.
OBAMA RISCHIA DI PERDERE IL SENATO.Molti dei senatori che stanno scegliendo di andare in pensione piuttosto che affrontare una difficile campagna elettorale dall’esito incerto provengono, come Baucus, da stati tradizionalmente conservatori. Ad esempio Tim Johnson, a capo della Commissione Alloggi e originario del South Dakota, Jay Rockefeller, che gestisce la Commissione Trasporti e proviene dal West Virginia, e Tom Harkin presidente della Commissione Sanità, Istruzione, Lavoro e Pensioni e eletto in Iowa.

L’89enne senatore democratico e veterano della Seconda Guerra Mondiale, Frank Lautenberg. (Alex Wong/Getty Images)

STORICI ESPONENTI DEMOCRATICI IN USCITA. In uscita anche altri due nomi storici della politica dell’asinello, Carl Levin del Michigan, il presidente della Commissione Difesa, e Frank Lautenberg del New Jersey, il quale, a 89 anni compiuti, è l’ultimo veterano della Seconda Guerra Mondiale ancora al Senato. Almeno loro, però, arrivano da stati generalmente democratici e il partito spera quindi di poterli sostituire senza troppe difficoltà.
UN’OCCASIONE DA NON PERDERE PER IL GOP. Rimane comunque un’occasione ghiotta per i repubblicani, che hanno bisogno di incamerare proprio sei seggi in più di quelli attuali per riprendersi la maggioranza del Senato e bloccare una volta per tutte l’agenda legislativa del Presidente Obama (cosa che già fanno con una certa regolarità grazie al controllo esercitato alla Camera). In particolare giacché il Grand old Party non dovrebbe avere problemi a riconfermare due dei suoi al posto degli unici senatori repubblicani che hanno dichiarato di voler andare in pensione l’anno prossimo, Mike Johanns del Nebraska e Saxby Chambliss della Georgia, stati molto conservatori.
LA DIFFICOLTÀ DI RECLUTARE CANDIDATI DI SPESSORE. Sorprendentemente però il Gop sta incontrando più resistenza del previsto nel reclutare candidati robusti per quasi tutti i seggi più appetibili, in particolare in Michigan e Iowa, mentre i democratici sono già al lavoro per far subentrare ai propri senatori uscenti nomi già conosciuti dagli elettorti locali. In Montana, ad esempio, il partito del presidente sta cercando di assicurarsi l’entrata in gara dell’ex governatore Brian Schweitzer, considerato tra i personaggi più amati dello stato.
Pare tra l’altro che i repubbli

cani non stiano producendo candidature valide neanche in stati in cui i democratici in carica, e pronti a ricandidarsi, sono più vulnerabili, come ad esempio il Minnesota, dove l’ex comico Al Franken si impose nel 2008 con un margine di vittoria infinitesimale, confermato solo dopo un lungo riconteggio arrivato fino alla Corte Suprema statale.

La senatrice democratica della Luisiana, Mary Landrieu. (Paul J. Richards/Afp/Getty Images)

LA SFIDA PER LA LUISIANA. Ad oggi, si dice che solo una delle competizioni per il Senato che si terranno l’anno prossimo vedrà lo scontro di figure di primo piano per entrambi i partiti, l’elezione in Lousiana in cui la democratica in carica Mary Landrieu dovrà respingere l’assalto dell’onorevole repubblicano Bill Cassidy.
Complessivamente, non c’è dubbio che i democratici torneranno a giocare in difesa al Senato anche l’anno prossimo, visto che sono molte di più le opportunità offensive a disposizione dei repubblicani.

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