da Kabul
Il rumore dell’esplosione si è sentito in tutta la città, facendo tremare gli edifici per centinaia di metri e facendo infrangere porte a vetri e finestre.
Dopo oltre due mesi di calma apparente, la paura è tornata a scuotere Kabul. Nella mattina del 16 maggio, un attentato suicida nella parte orientale della capitale afgana ha fatto 16 morti e almeno 38 feriti. Fra le persone decedute gli stranieri sono sei, di cui due soldati internazionali e quattro contractor (guarda le foto). Tra le vittime anche 10 civili, di cui due bambini.
MACCHINE E PERSONE INCENERITE. Una colonna di fumo si è levata nel cielo di Kabul mentre la deflagrazione inceneriva decine di macchine nelle vicinanze. Chi era lì intorno è stato bruciato vivo: anche i sopravvissuti saranno per sempre irriconoscibili.
Le forze dell’ordine locali e gli uomini della missione internazionale sono arrivati in fretta, per transennare la zona e fare un primo sopralluogo.
L’ALLARME DELLE AMBASCIATE. Subito sono scattate le misure di sicurezza: l’ambasciata americana e altre rappresentanze occidentali hanno immediatamente lanciato l’allarme e ristretto i movimenti del proprio personale. Gli italiani sono stati contatti uno a uno, per accertare la loro incolumità.
Il contrasto tra la frenesia degli occidentali e il resto della capitale, fuori dalla zona protetta, non potrebbe essere più acuto: la popolazione, che di attentati ne ha visti tanti, ha continuato a svolgere il proprio tran tran quotidiano, approfittando del giorno di festa (il weekend qui, perlomeno negli uffici governativi, si celebra il giovedì e venerdì).
IL PASSAGGIO DEL CONTINGENTE ISAF. Le informazioni su quanto accaduto per ora scarseggiano. È stato accertato che una Toyota Corolla carica di esplosivi fosse parcheggiata nel distretto industriale di Karta-e Naw e che l’autista abbia detonato il proprio veicolo bomba alle otto del mattino circa, al passaggio di un convoglio dell’International security Assistance force (Isaf) che trasportava un contingente internazionale.
Un drammatico risveglio di bombe e armi
Se le modalità sono le solite, tuttavia il primo attentato da marzo, quando un kamikaze si è fatto esplodere vicino al ministero della Difesa uccidendo nove persone, simboleggia l’inizio della tradizionale “offensiva di primavera” dei talebani. Un drammatico risveglio di bombe e armi che, con la bella stagione, lascia la propria scia di sangue nell’Afghanistan martoriato.
Un rappresentante di Hezb-e-Islami, uno dei tanti gruppi che compongono il variegato panorama dell’insorgenza, ha infatti rivendicato l’attentato: in una telefonata all’emittente Bbc subito dopo la strage lo ha descritto come il primo atto di una nuova campagna contro gli americani in Afghanistan.
Kabul, servizi sanitari a rischio
da Kabul
(© Valentina Pasquali) L’ingresso principale del Centro chirurgico per vittime di guerra gestito da Emergency a Kabul
Per trovarle, basta volgere lo sguardo. C’è il 13enne Mukhlis, anche lui un paziente di Emergency a Kabul. Il 6 maggio, mentre giocava in cortile durante l’intervallo, è stato ferito ripetutamente da proiettili vaganti: quelli di uno scontro tra le truppe governative e i ribelli, scoppiato improvvisamente nei pressi della sua scuola nella provincia di Wardack, a Est di Kabul.
Dal 1999, anno in cui la Ong è arrivata in Afghanistan, Emergency ha curato oltre 3 milioni e mezzo di persone nei tre ospedali e 40 cliniche che gestisce in tutto il Paese, offrendo una qualità e una varietà di servizi impareggiabile rispetto agli standard locali.
NESSUN ACCESSO ALLA SANITÀ. Le strutture, nate per trattare le vittime di guerra, con il tempo si sono adattate alle necessità di una popolazione sostanzialmente senza accesso alla sanità (anche se, almeno sulla carta, l’Afghanistan ha un servizio sanitario pubblico e gratuito).
Nel 2003 Emergency ha aperto anche un centro maternità a Anabah, nella regione montuosa del Panjshir, per far fronte a una emergenza di mortalità infantile – con 134 bambini su 1.000 che muoiono dopo il parto – e materna, pari a 200 volte quello dei Paesi sviluppati.
Anche l’ospedale di Kabul, collocato in un asilo nido costruito a suo tempo dai sovietici, dopo l’arrivo della missione internazionale dell’Isaf, International security assistance force, nel 2003 aveva cominciato ad accettare altri pazienti oltre alle vittime di guerra. Arrivavano, per esempio i feriti negli incidenti stradali: un segno che la violenza si era parzialmente placata, almeno per qualche tempo.
VITTIME DI GUERRA IN AUMENTO. «Nel luglio 2010 abbiamo però dovuto di nuovo restringere i criteri di ammissione alle sole vittime di guerra, perché il loro numero ha ripreso ad aumentare. Nel 2012, per dire, abbiamo avuto il record di ammissioni», racconta a Lettera43.itEmanuele Nannini, il responsabile italiano di Emergency in Afghanistan. «In questo senso sembra di nuovo di essere in un Paese coinvolto in un conflitto generalizzato».
Il rischio che la cooperazione internazionale abbandoni il Paese
(© Valentina Pasquali) Un infermiere dell’ospedale di Emergency, a Kabul, assiste un paziente nel reparto di terapia intensiva, l’unico gratuito in tutto il Paese.
La situazione, però, potrebbe peggiorare. Nel 2014, infatti, è prevista la partenza delle truppe internazionali, dopo 13 anni di presenza. La missione Nato che dovrebbe sostituire i soldati ancora non è stata definita, né in termini di aiuti economici né di sostegno logistico e militare. E la paura si sparge in tutto il Paese.
LA SINDROME DI SAIGON. Fiaccati da decenni di invasioni, combattimenti e povertà, gli afgani si chiedono che cosa potrà capitare una volta che l’Isaf avrà sgombrato il campo, e l’esercito e la polizia nazionale rimarranno soli a combattere l’insorgenza.
La ‘sindrome di Saigon’ già aleggia nell’aria: il riferimento è al frettoloso abbandono del Vietnam da parte degli americani, nel 1975. Allora, assieme ai militari stranieri che scappavano aggrappati agli elicotteri presero il volo anche i civili e gli aiuti internazionali, privando la popolazione di servizi critici, a partire proprio dalla sanità.
Un rischio che l’Afghanistan non può correre: senza la cooperazione internazionale, qui ora non ci sarebbe quasi assistenza. Emergency, che è arrivata nel Paese quando al potere c’erano ancora i talebani, ha già fatto sapere alla popolazione che intende restare.
Capitali in fuga da Kabul
Da Kabul
Come avrebbe dovuto essere il Grand Marriott Hotel di Kabul.
Dopo aver tentato per anni — seppure a singhiozzi — di costruire un hotel a cinque stelle nel centro di Kabul, la divisione internazionale della catena alberghiera Marriott ha annunciato questa settimana di voler staccare la spina a tale progetto, che rimane oggi incompleto. Alex Kyriadikis, il responsabile per l’Africa e il Medio Oriente di questo colosso mondiale dell’ospitalità, ha dichiarato al Times of London di non ritenere più sufficienti le condizioni di sicurezza nella capitale afghana.
TIMORI PER IL FUTURO DELLA SICUREZZA. Si tratta naturalmente di un presagio infausto per il futuro del Paese, in previsione di quella transizione militare che, entro la fine del 2014, vedrà la partenza della gran parte del contingente di truppe internazionali che è stazionato in Afghanistan da oltre un decennio e che ha raggiunto un picco di 140 mila unità nel 2011. Assieme ai soldati dell’ISAF – l’International Security Assistance Force– è probabile che faranno le valigie anche tanti di quei rappresentanti della cooperazione internazionale che hanno invaso Kabul e altre aree del Paese a partire dal 2001 e che temono però una forte ripresa della violenza (se non addirittura una vera e propria guerra civile) una volta che i talibani si troveranno di fronte solo le forze di sicurezza locali.
Prenderà dunque il volo per migliori lidi un’economia di aiuti internazionali che, secondo dati della Banca Mondiale, ha toccato quota 15,7 miliardi di dollari nell’anno fiscale americano del 2010-2011, pressoché l’equivalente dell’intero Pil afghano per il 2011.
«Entro il 2014, la partenza di gran parte del contingente militare internazionale».
FUGA DEGLI INVESTITORI INTERNAZIONALI. Non sorprende che, spaventati dal possibile deterioramento della situazione politica locale e dalla repentina scomparsa del grosso giro d’affari garantito dalla presenza straniera, fuggano anche i grandi investitori internazionali come Marriott, che di fini umanitari non ne hanno e sono qui intrinsecamente alla ricerca del profitto.
A meno di impreviste buone notizie, rischia quindi di rimanere in Afghanistan solo un’economia di sussistenza che non produce quasi niente, nemmeno — mi è stato raccontato — la miscela di acqua sterilizzata e sale che va nelle flebo e che, come quasi tutto il resto, viene importata dal Pakistan.
DEBOLEZZA DELL’ECONOMIA LOCALE. Negli ultimi dodici anni, c’è stata sì l’esplosione del settore della telefonia mobile, che oggi può contare su una base di circa 18 milioni di utenti e ha portato — almeno a Kabul — decine di compagnie in competizione l’una con l’altra e persino il collegamento 3G. Ma a parte questo, il decennio di occupazione straniera ha visto lo sviluppo di appena una manciata di industrie — un po’ di assicurazioni, un po’ di servizi sanitari privati e i trasporti — oltre naturalmente a quelle che dipendono dagli aiuti internazionali.
DISOCCUPAZIONE AL 48%. Secondo il Ministero dell’Economia, circa mezzo milione degli afghani che ogni anno entrano a far parte del mercato del lavoro non trova un’occupazione. Secondo le stime più recenti, il 48% di persone in questo Paese è completamente disoccupato o trova solo lavori stagionali e temporanei. «Siamo grati per gli aiuti internazionali della comunità internazionale degli ultimi 11 anni», ha dichiarato in una conferenza stampa il Ministro Abdul Hadi Arghandiwal. «Avremmo però gradito che i soldi fossero investiti sulla base delle nostre necessità nazionali. Molti dei progetti erano concepiti a breve termine, da completare in fretta e per soddisfare gli interessi dei Paesi donatori».
Kabul, sulla frontiera del nation building
Da Kabul
In questi giorni si è surriscaldato pericolosamente il confine tra Afghanistan e Pakistan. Nell’ultima settimana, questa regione montuosa e remota è diventata teatro di almeno un paio scontri tra le forze di sicurezza dei due Paesi, scontri che stanno generando in Afghanistan un’inaspettata ondata di nazionalismo, in particolare tra i giovani.
2 maggio 2013. Il feretro della vittima-martire degli scontri con il Pakistan. (Strdel/Afp/Getty Images)
GLI SCONTRI E LA VITTIMA MARTIRE. Le zuffe, che per il momento sono costate la vita alla guardia di confine afghana Qasim Khan, sono cominciate il primo maggio, quando truppe di Kabul hanno assalito e riconquistato vari posti di blocco controllati dal Pakistan in territorio che l’Afghanistan ritiene proprio – nel distretto di Goshta della provincia orientale di Nangarhar, vicino alla città di Jalalabad. Khan è ora riverito come martire dai suoi concittadini e celebrato come un eroe nazionale. Le mischie si sono poi ripetute anche il 6 maggio, pur non provocando vittime da nessuna delle due parti.
I PASHTUN DIVISI DA UN CONFINE ARBITRARIO. Il confine tra Afghanistan e Pakistan, la cosiddetta Linea Durand dal nome di Mortimer Durand, l’allora ministro degli Esteri del Raj britannico che ne negoziò l’accordo con l’Emiro afghano Abdur Rahman Khan, fu stabilito arbitrariamente nel 1893 (quando il Pakistan era ancora India) e creò una divisione artificiale tra la popolazione pashtun che abita questa regione e che improvvisamente si trovò ad avere due nazionalità differenti. Soprattutto per questa ragione (i pashtun sono l’etnia più numerosa in Afghanistan, anche se non maggioritaria) gli afghani non l’hanno mai accettato, continuando a rivendicare — con più o meno insistenza a seconda dei momenti storici — la propria sovranità fino alla città di Peshawar inclusa.
La linea Durand, il confine Afghanistan-Pakistan.
KABUL TEME AUMENTO INFLUENZA DI ISLAMABAD. Sono già mesi che le autorità afghane si lamentano di questi nuovi posti di blocco eretti dai pakistani senza alcuna autorizzazione. Con l’avvicinarsi della partenza delle truppe straniere nel 2014, la preoccupazione principale di Kabul è che Islamabad (accusata anche di interferire nei tentativi di coinvolgere i talibani nei negoziati di pace) stia approfittando di questa transizione per espandere la propria influenza in Afghanistan. Nella conferenza stampa del 4 maggio — la stessa in cui ha detto di aspettarsi che i sacchi di contanti della CIA continueranno a essergli recapitati regolarmente anche in futuro — il presidente afghano Hamid Karzai ha gettato benzina sul fuoco reiterando ufficialmente che il proprio Paese non ha mai riconosciuto la Linea Durand e dichiarando: «Il popolo afghano deve mostrare il proprio sostegno a questo giovane uomo [la guardia Qasim Khan] che ha accettato il martirio per difendere la propria terra».
L’OCCASIONE PER RAFFORZARE L’IDENTITÀ NAZIONALE. Nonostante questi scontri di frontiera rischino quindi di peggiorare ulteriormente i già difficili rapporti tra Afghanistan e Pakistan, complicati proprio dal confine poroso e sostanzialmente incontrollabile, la vicenda è vissuta in maniera positiva in Afghanistan.
In molti vi riconoscono infatti l’opportunità di un importante esercizio di «nation building» per un Paese, profondamente diviso a livello etnico e tribale, che ha sempre faticato a forgiare un vero senso di unità nazionale.












