Romney inciampa, di nuovo
Durante un raduno elettorale martedì a Shelby Township, Michigan, Mitt Romney ha fatto propria una linea fiscale più tipica di un democratico che di un rappresentante del GOP in versione 2012.
L’ex governatore del Massachusetts ha infatti dichiarato, prendendo tutti in contropiede:
“Se tagli solo, se pensi solo a tagliare la spesa pubblica, mentre tagli la spesa pubblica rallenti anche la crescita economica”.
Per l’ala conservatrice del partito, in particolare il gruppo capeggiato dai difensori dell’austerità e del pareggio del bilancio (a cui va attribuito, grazie alla militanza del Tea Party, il merito della vittoria del Partito Repubblicano nelle elezioni di medio termine del 2010), si tratta dell’ennesima riprova del fatto che Romney è assai meno conservatore di quanto voglia far credere all’elettorato delle primarie GOP.
“È una fesseria”, ha dichiarato a MSNBC Andy Roth, il vice presidente del gruppo Club for Growth. “Ci conferma ancora una volta che Romney non è un conservatore dedicato alla causa del governo limitato”.
La rivoluzione demografica
Negli Stati Uniti, sono in continuo aumento i matrimoni tra persone che appartengono a razze o etnie diverse.
Di tutti i nuovi matrimoni registrati nel 2010, ben il 15% era costituto da coppie interrazziali (essendomi sposata in Viriginia, nel febbraio di quell’anno, con un cittadino indiano, posso confermare a livello personale la tendenza). Si tratta, secondo un rapporto pubblicato giovedì dal Pew Research Center, di circa il doppio che nel 1980. La percentuale di tutti i matrimoni correnti costituita da coppie interrazziali è oggi a un massimo storico dell’8,4%.
Tra coloro che si sono sposati nel 2010, il 9% di bianchi, il 17% di neri, il 26% di ispanici e il 28% di asiatici si è unito in matrimonio con una persona di un’etnia differente dalla propria.
Cambiano quindi le usanze, e con esse, anche il parere dell’opinione pubblica. Il 43% di americani sostiene che l’aumento dei matrimoni interrazziali sia da considerarsi un fattore positivo per la società e solo il 10% la ritiene una tendenza con effetti negativi.
Va ricordato che, per via delle leggi sulla segregazione razziale pensate per discriminare contro i neri americani, i matrimoni tra persone di razze diverse erano illegali in sedici stati dell’Unione fino al 1967.
Stranezze mormone
La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni è guardata con un certo sospetto da molti americani, per via di una serie di abitudini che paiono strane anche nel paese che ha inventato Scientology.
I suoi fedeli (che si professano cristiani, anche se non tutti i cristiani sono d’accordo con questa interpretazione) si concentrano nell’ovest del paese, in particolare in Utah e Nevada. Tra gli altri, si contano anche i candidati repubblicani alla presidenza Mitt Romney e Jon Huntsman.
È difficile dire, fin qui, quanto il fatto che Romney sia un mormone abbia danneggiato la sua candidatura nelle primarie repubblicane. Complessivamente, l’argomento non è stato troppo spesso al centro del dibattito elettorale, ma si può immaginare che, tra le ragioni della diffidenza della base dell’elettorato del GOP (in particolare gli evangelici) verso l’ex governatore del Massachusetts, vi sia anche la questione religiosa.
Ad ogni modo, si è tornato a parlare dei mormoni in questi giorni in seguito alle proteste di alcuni ebrei sopravvissuti all’olocausto che sono venuti a sapere che i propri familiari (ad esempio i genitori di Simon Wiesenthal) erano stati ribattezzati alla fede post-mortem.
Ebbene sì. La tradizione mormona prevede e pretende che i propri adepti si occupino di far ribattezzare gli antenati (fino a quattro generazioni) non convertiti, secondo il principio che il paradiso mormone dovrebbe essere accessibile anche a coloro che non hanno avuto la possibilità, non per colpa loro, di convertirsi in vita.
La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni ha così messo assieme la più grande biblioteca genealogica al mondo, che si trova a Salt Lake City e impiega 700 dipendenti per occuparsi di oltre due miliardi di nomi.
Come detto, in teoria, i mormoni viventi hanno diritto di richiedere che venga effettuato il rituale di battesimo post-mortem solo per i propri antenati diretti. Questa regola è stata irrigidita dopo che, negli anni novanta, fu scoperto che erano state battezzate per interposta persona circa 380.000 vittime dell’olocausto (la chiesa ha poi dovuto spendere 500 mila dollari per rimuovere tali nomi dai propri registri).
Eppure, anche dopo le proteste, questa settimana, di Elie Wiesel, un altro importante intellettuale ebreo sopravvissuto all’olocausto, che ha chiesto a Romney di chiedere ai mormoni di ripensare questo rituale, la chiesa ha risposto che, con 13 milioni di fedeli sparsi in giro per il mondo, non può farsi carico di tutti e di chi, per scherzo ad esempio, fa domanda di battesimo anche per persone che nulla hanno a che vedere con questa fede (tra gli altri pare ci sia finita in mezzo anche la madre del Presidente Obama). Insomma, la tradizione sembra destinata a continuare.
Dopo le sconfitte in Minnesota, Colorado e Missouri la settimana scorsa, Mitt Romney ha tirato un sospiro di sollievo questo weekend, con le vittorie nei caucus del Maine e nello straw poll della Conservative Political Action Conference (CPAC) che si è tenuta a Washington come ogni anno.
Ma non sono tutte stelle quelle che luccicano.
Per cominciare, i caucus del Maine sono non-binding, ovvero i risultati annunciati sabato non si riflettono direttamente nel calcolo di delegati ufficiale (per sapere esattamente come stanno le cose, vi rimando al “delegate tracker” di NPR.org). In secondo luogo, Romney ha ricevuto il 39% delle preferenze in Maine (su un totale di 5.600 voti), solo tre punti percentuali in più di Ron Paul, non esattamente una vittoria entusiasmante per il predestinato alla nomination.
In qualche modo, le cose per Romney sono andate ancor meglio a CPAC, l’immancabile riunione annuale degli ultra-conservatori americani, per il cui sostegno si stanno scannando i tre candidati repubblicani ancora in corsa (Romney, Santorum e Gingrich). L’ex governatore del Massachusetts ha presenziato (come per altro tutti i grandi nomi della destra USA) venerdì facendo un discorso assai diverso da quello dell’anno passato, spingendo al massimo sulle proprie convinzioni conservatrici, mentre nel 2011 aveva evitato di partecipare all’eterna gara per chi è più di destra. Dopo di ché ha vinto il voto — che di per sè non conta nulla, ma che ha un significato simbolico notevole — che si tiene tradizionalmente a fine convention.
Il tentativo di Romney di apparire più conservatore dei conservatori (ha usato il termine decine di volte nel proprio discorso) è apparso però eccessivamente forzato e troppo poco spontaneo a più di un osservatore, confermando ancora una volta i dubbi dell’ala destrorsa del GOP sul fatto che Romney ci faccia, ma non ci sia. In particolare, preso dall’entusiasmo retorico, Romney ha descritto il proprio mandato da governatore del Massachusetts come “severely conservative” (“severamente conservatore”), un’espressione che non appariva nel testo scritto, dunque aggiunta a braccio, che non si sa bene cosa significhi e, in particolare, che non fa assolutamente parte del vocabolario usato dai veri conservatori di oggi.
Salendo sul palcoscenico per il proprio intervento, Newt Gingrich avrebbe detto ridacchiando, “alcune cose sono troppo ridicole perchè meritino di essere commentate”.
Insomma, il percorso tortuoso di Romney verso la propria educazione sentimentale, conservatrice, procede, ma a fatica.
Arrivano le
Pare che i candidati repubblicani di quest’anno si trovino a proprio agio seduti. Nel dibattito di mercoledì sera dall’Arizona, i contendenti alla nomination del GOP erano posizionati a sedere dietro banchi che, a dir la verità, avevano dimensioni più adatte a studenti delle scuole elementari che a degli adulti (facendoli apparire, almeno di primo acchito, un po’ fuori posto). Ad ogni modo, i quattro partecipanti (Mitt Romney, Rick Santorum, Newt Gingrich e Ron Paul) hanno offerto tutti performance controllate e a tratti convincenti. O, perlomeno, nessuno è inciampato in gaffe imperdonabili come avvenuto in passato.
Martedì, negli Stati Uniti, si è tornato
Sono ben due anni e mezzo, dalla morte del Senatore Edward (Ted) Kennedy nell’agosto 2009, che nessun rappresentante della più rinomata dinastia politica americana siede al Congresso.
Era fissata alla mezzanotte tra lunedì e martedì la scadenza per la consegna alle autorità competenti di commenti e critiche del pubblico a proposito dell’integrazione della cosiddetta “Volcker rule” nella legge di riforma del sistema finanziario firmata dal Presidente Obama nel 2010 (conosciuta come Dodd-Frank dai nomi dei due membri del Congresso che l’hanno inizialmente sponsorizzata).
Date le irreconciliabili divisioni ideologiche tra democratici e repubblicani al Congresso, questa proposta (che deve essere presentata dalla Casa Bianca al Congresso per legge) non ha alcuna speranza di essere approvata.