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Cresce la disoccupazione in maggio, pocchissimi i nuovi posti di lavoro. E Obama trema.

01/06/2012

I dati sull'occupazione in maggio fanno preoccupare il Presidente ObamaUn pessimo inizio mattinata per il Presidente Barack Obama, i cui occhi da qui a novembre saranno puntati sugli indicatori economici che potrebbero garantirne o impedirne la rielezione alla Casa Bianca.

Sono appena usciti i numeri sull’occupazione a maggio e si tratta del rapporto più deludente degli ultimi dodici mesi.

Negli Stati Uniti sono stati infatti creati, il mese scorso, solo 69 mila nuovi posti di lavoro, meno della metà dei 150 mila previsti dagli economisti. E il tasso di disoccupazione è ritornato a salire, riassestandosi su quota 8,2%.

Non solo, anche le stime iniziali relative ai mesi di aprile e marzo sono state riviste e abbassate (da +154 mila a +143 mila per marzo e da +115 mila a +77 mila per aprile).

Chris Cillizza del Washington Post scriveva questa mattina, subito prima della pubblicazione del rapporto mensile sull’occupazione curato dal dipartimento del Lavoro, che i primi venerdì del mese, in cui escono i dati mensili sull’occupazione, dei prossimi tre mesi (ovvero da oggi a inizio settembre), potrebbero rivelarsi i giorni decisivi per la campagna elettorale per le presidenziali di novembre. È in questo periodo infatti che gli americani si faranno un’idea più chiara di come sta andando l’economia americana.

Le cose non cominciano bene per Obama.

Romney vince ufficialmente le primarie e si avvia verso le presidenziali forte dei soldi delle Super PAC

30/05/2012

Romney vince ufficialmente la nomination repubblicana con la vittoria nelle primarie del TexasCon la vittoria, per altro attesa, nelle primarie del Texas di ieri, Mitt Romney ha superato ufficialmente quota 1144 delegati, ovvero il numero minimo necessario a assicurarsi la nomination del Partito Repubblicano.

Si tratta di una vittoria annunciata, naturalmente, da quando prima Rick Santorum e poi Newt Gingrich hanno deciso di ritirarsi dalla corsa verso la Casa Bianca già diverse settimane fa. Ma comunque un momento importante a livello simbolico, che chiude la campagna per le primarie e apre al duello Romney-Obama per le elezioni presidenziali di novembre.

Finito nel nulla il gran parlare di una “brokered convention”, l’ipotesi in cui i quattro contendenti per la nomination del GOP che sono rimasti in gara più a lungo (Romney, Santorum, Gingrich e Ron Paul), incapaci di accumulare nelle primarie una maggioranza netta di delegati, si sarebbero scontrati in una sfida all’O.K. Corral alla convention di partito che si terrà a Tampa, in Florida, a fine agosto.

Avendo messo fine, con il proprio successo elettorale, alle lotte interne al GOP che hanno caratterizzato questa lunga stagione di primarie, Romney ha già cominciato a riparare i danni e a ricucire gli strappi tra le varie fazioni repubblicane e, in tutta probabilità, arriverà a novembre con un partito finalmente unito a sostegno della sua candidatura.

Unito e pieno di soldi…non tanto il GOP di per sé, quanto piuttosto il network di organizzazioni politiche indipendenti che, grazie alla liberalizzazione del sistema di finanziamento delle campagne elettorali avvenuta nel 2010, possono raccogliere e spendere illimitate quantità di danaro in difesa di candidati e cause conservatrici.

Una nuova indagine di Politico.com rivela oggi che, tutti assieme, questi gruppi pro-repubblicani (che hanno alle spalle personalità storiche come Karl Rove e i dollari dei fratelli Koch e della Camera di Commercio), hanno intenzione di spendere un miliardo di dollari in questo ciclo elettorale, ancor più di quanto già si pensasse. Da soli, i fratelli Koch hanno in programma investimenti da 400 milioni di dollari in elezioni nazionali e locali, più di quanto il Senatore John McCain abbia raccolto durante tutta la propria campagna elettorale nel 2008 (370 milioni).

Insomma, dopo un inizio davvero difficile, le cose per Romney stanno cominciando a mettersi per il meglio. Da qui a novembre, non resta che vedere che cosa saprà fare il Presidente Obama per difendersi dalla potenza di fuoco della destra americana.

I caduti in Iraq e Afghanistan e un’America impreparata a gestire il ritorno dei veterani

28/05/2012

Memorial Day e il ritorno dei veterani dall'Afghanistan e dall'IraqNegli Stati Uniti si celebra oggi Memorial Day, ovvero il giorno in cui ci si ferma per ricordare i rappresentanti delle forze armate americane uccisi in guerra.

Tra i numeri più recenti: oltre 1.857 soldati sono morti in Afghanistan dal 2001. In Iraq, nel frattempo, ne sono rimasti uccisi 4.485. Quest’anno, poi, si compie un anniversario particolarmente gravoso, ovvero i cinquant’anni dall’inizio della guerra americana in Vietnam, durante la quale morirono quasi 50.000 membri delle forze armate a stelle e strisce.

Intanto, si complica la situazione di coloro che hanno preso parte alle operazioni militari in Afghanistan e Iraq e ritornano ora negli Stati Uniti da veterani (va ricordato che Veterans Day esiste separatamente da Memorial Day e viene celebrato in novembre). Pare infatti che il numero di ex soldati americani che fanno richiesta di indennità di disabilità e invalidità si stia rapidamente moltiplicando. Circa il 45% del milione e seicentomila veterani delle guerre in Afghanistan e Iraq ha presentato domanda in proposito, oltre il doppio di quanti si mossero nella stessa direzione dopo la fine della prima Guerra del Golfo all’inizio degli anni novanta.

Le ragioni di questo aumento straordinario di richieste di indennità ha a che vedere con diversi fattori, tra cui il maggior numero di soldati che sopravvive a ferite di guerra grazie all’incredibile qualità dei servizi sanitari di emergenza accessibili oggi anche al fronte. Inoltre, contribuiscono a questa tendenza anche la difficile situazione economica, che offre meno chance di trovare lavoro ai veterani di ritorno dall’Afghanistan e dall’Iraq, la maggiore consapevolezza di disturbi un tempo poco diagnosticati e discussi, come ad esempio la sindrome da stress post traumatico, e, infine, la grande mobilitazione di organizzazioni per la difesa dei diritti dei veterani, che sono oggi in grado di informarli approfonditamente sulle varie opzioni a loro disposizione.

Oltre a un aumento complessivo nel numero di domande presentate, si sta registrando contemporaneamente anche un incremento nel numero di categorie di infortuni per cui si fa domanda. I sussidi vanno da $127 al mese per una disabilità del 10% a $2.769 per l’invalidità totale.

Il problema è che si tratta di un numero di richieste e di un ammontare complessivo di soldi che il dipartimento per gli Affari dei Veterani e il Governo Federale non sono realmente preparati a gestire, con conseguenti attese lunghissime per chi fa domanda e un grosso punto interrogativo che rimane su come potranno essere finanziati questo genere di sussidi in futuro.

Per dovere di cronaca, ricordiamo oggi che, dal 2003, sono morti anche oltre 162.000 civili e combattenti iracheni e un numero ancora imprecisato di afghani (qualche decina di migliaia sicuramente), oltre naturalmente a qualche milione di vietnamiti (le stime sulle vittime di guerra sono sempre molto imprecise).

Non scordiamoci nemmeno del voto in Wisconsin, dove Scott Walker conduce nei sondaggi

25/05/2012

Il governatore del Wisconsin Scott Walker sulla copertina della National ReviewIl cinque giugno prossimo si vota nello stato del Wisconsin in una elezione speciale per il posto di governatore, un voto dall’alto valore simbolico.

Questa inattesa tornata elettorale è infatti la conclusione di una lunga campagna portata avanti dai democratici di questo stato del Midwest per cacciare l’attuale governatore repubblicano Scott Walker, eletto nelle elezioni di medio termine del 2010 e subito diventato nemico pubblico uno dei liberal del Wisconsin per il suo attacco frontale ai dipendenti statali e ai sindacati che li rappresentano.

Eppure, quella che era cominciata come una grande avventura per la sinistra americana, capace in Wisconsin di raccogliere un milione di firme, ben oltre il numero minimo necessario a indire questa elezione speciale in cui Walker è costretto a ripresentarsi agli elettori dopo solo due anni di mandato e non i tradizionali quattro, rischia di finire in una delusione cocente.

A meno di due settimane dal voto, i sondaggi danno infatti Walker decisamente davanti al rivale democratico, il sindaco di Milwakee Tom Barrett. Nel frattempo, l’attenzione mediatica nazionale dedicata a questa epopea elettorale ha trasformato il criticatissimo governatore, inizialmente non particolarmente amato nemmeno tra i repubblicani, in un eroe della destra conservatrice americana. Ovviamente, questo suo nuovo ruolo di intoccabile potrà solo essere riconfermato e rafforzato da una sua eventuale vittoria il 5 giugno. Nell’ultimo numero della rivista di destra National Review, Walker è raffigurato come un moderno Perseo, che impugna la spada contro la sua medusa, ovvero i sindacati e il governo burocratico, accompagnato dal titolo, “Saprà Scott Walker ammazzare la bestia?”

Dunque, cos’è andato storto per i democratici in Wisconsin?

Innanzitutto, i conservatori di tutta America si sono messi al servizio economico della campagna per la difesa di Walker, raccogliendo, anche grazie al nuovo sistema liberalizzato e poco trasparente delle Super PAC, oltre 25 milioni di dollari dal gennaio 2011 a oggi.

Allo stesso tempo, i sindacati del Wisconsin e il partito democratico locale sono furiosi con le gerarchie democratiche nazionali per non aver preso parte attiva alla campagna, né dal punto di vista della retorica elettorale (anche il Presidente Obama ha preferito non intervenire nella questione) né dal punto di vista della raccolta fondi.

Il risultato della vitriolica saga elettorale messa in moto dall’atteggiamento estremamente aggressivo di Walker, è che il Wisconsin si è trasformato da stato famoso per l’atmosfera pacata e bipartisan in uno dei luoghi più velenosi della politica americana contemporanea. E, nonostante i danni recati al sistema stato, pare probabile oggi che Walker verrà premiato dagli elettori, a conferma del fatto che, nonostante gli americani si lamentino molto della polarizzazione delle loro istituzioni politiche e elettorali, alla fine dei conti non possono fare a meno di sostenere proprio quei personaggi più responsabili per questa tendenza.

Kabul, la rete delle donne

25/05/2012

Un ultimo pezzo dall’Afghanistan per Lettera43, sul primo Internet cafe per sole donne di Kabul:

Zakira Behzad at the Sahar Gul Internet Cafe

Zakira Behzad at the Sahar Gul Internet Cafe

Il 27 dicembre 2011, mentre il mondo si preparava a celebrare l’arrivo del nuovo anno, nella provincia di Baghlan, nell’Afghanistan settentrionale, la 15enne Sahar Gul, data in sposa dai genitori contro la sua volontà per ripagare un debito di gioco, fu ritrovata dalla polizia afgana nello scantinato dei suoceri, dove era stata rinchiusa, privata di cibo e torturata per cinque mesi come punizione per il suo rifiuto a prostituirsi.
Dopo settimane passate in ospedale in stato di choc, Sahar è stata recentemente trasferita in un rifugio per donne vittime di violenza, dove – si spera – potrà proseguire nel lungo percorso di convalescenza.
L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE KARZAI. Il suo caso, senza precedenti persino nell’Afghanistan della Sharia, ha suscitato grande clamore, tanto da provocare l’intervento del Presidente Hamid Karzai, che ha insistito affinché la polizia – solita abbandonare indagini di questo genere – portasse avanti la propria inchiesta. E ha condotto alla cattura della suocera e della cognata di Gul, condannate a 10 anni di galera per averla picchiata, strappandole unghie e capelli e spegnendole addosso mozziconi di sigarette (marito e suocero sono ancora in fuga).
La vicenda ha fatto di Sahar Gul il simbolo della difficile condizione delle donne afghane, in un Paese che a quasi 11 anni dalla cacciata dei talebani cerca faticosamente di ritrovare una direzione.

Da metà marzo, a Gul è intitolato anche il primo e unico Internet cafè per sole donne di Kabul, al piano ammezzato di un edificio commerciale nel quartiere di Kart-e-char, nei pressi della zona universitaria. «In questo spazio c’è un senso di libertà per la nostra generazione», racconta aLettera43.it Zakira Behzad, una studentessa 22enne arrivata all’Internet cafè per la prima volta su consiglio di compagne di studio.

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Non dimentichiamoci delle elezioni per il Congresso

22/05/2012

Le elezioni 2012 per il CongressoDi tanto in tanto è giusto ricordare che a novembre non si vota solo per il presidente degli Stati Uniti, ma anche per deputati e senatori del Congresso di Washington. In qualche modo, sarà proprio questa la vera chiave delle elezioni, il risultato che più condizionerà il futuro legislativo degli Stati Uniti.

Naturalmente, a livello simbolico la scelta di un Commander-in-Chief rimane la più importante, ma bisogna non perdere di vista la realtà del sistema di governo a stelle e strisce, in cui esecutivo e legislativo (e naturalmente il sistema giudiziario) sono considerati tre poteri cardinali, tra di loro equivalenti e i cui rappresentanti sono eletti indipendentemente l’uno dall’altro. E se la Casa Bianca ha massima autorità quando si tratta di politica estera, è proprio il Congresso, che detiene il diritto di approvare il bilancio, che detta le regole della politica interna.

Basti pensare a quanto poco della propria agenda politica il Presidente Barack Obama è riuscito a trasformare in realtà negli ultimi due anni, ovvero da quando le elezioni di medio termine hanno assicurato ai repubblicani il controllo della Camera.

Di conseguenza, che a novembre venga rieletto Obama o che vinca invece Mitt Romney, eventualmente la loro capacità di implementare il proprio progetto di governo dipenderà in gran parte da quale sarà la composizione del Congresso.

Non sorprende quindi, come riporta oggi il New York Times, che i grandi finanziatori delle campagne elettorali americane, da un paio di anni a questa parte liberi di contribuire qualsiasi ammontare a sostegno dei candidati e delle cause predilette, abbiano cominciato nel mese di aprile (quando la vittoria di Romney nelle primarie del GOP era ormai certa) a dirottare una parte sostanziale dei propri fondi proprio alle elezioni congressuali.

A Washington impazzano lobbisti e super PAC

21/05/2012

L'influenza dei gruppi di interesse a WashingtonIl Presidente Barack Obama ha fatto della trasparenza e della regolamentazione dei rapporti tra la Casa Bianca e il mondo delle lobby un cavallo di battaglia del proprio primo mandato.

Tra le altre cose, il Presidente ha deciso di impedire a tutti coloro che recentemente fossero registrati come lobbisti di entrare a far parte della propria amministrazione e ha istituito nuove regole che, in teoria, dovrebbero limitare i contatti tra gli alti rappresentanti dell’esecutivo e i professionisti di K Street (così è soprannominato il settore, per via del fatto che le grandi lobby americane hanno i propri uffici proprio su questa strada di Washington).

Eppure, un’analisi condotta in esclusiva dal Washington Post sui registri dei visitatori alla Casa Bianca (oltre 2.600 ospiti al giorni, per le ragioni più diverse) rivela che il traffico di lobbisti che entrano e escono quotidianamente da vari uffici dell’amministrazione è sempre comunque molto intenso. Va detto che i registri dei visitatori, che oggi la Casa Bianca rende pubblici con cadenza trimestrale, sono un’innovazione voluta proprio da Obama nel tentativo di rendere più trasparenti le attività di governo. Diventa quindi difficile fare un paragone tra il numero di visite alla Casa Bianca fatte dai lobbisti oggi e quello ritenuto normale durante amministrazioni precedenti.

Del resto, pochi dubitano che i gruppi di interesse abbiano enorme influenza sulla politica nazionale di Washington. In particolare da quando, con la decisione nel caso Citizens United vs. Federal Election Commission del 2010, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha liberalizzato il sistema di finanziamento privato alle campagne elettorali. La nascita delle cosiddette “Super PAC”, organizzazioni che operano a fini politici e possono raccogliere illimitate quantità di fondi da cittadini privati e dall’industria, ha trasformato il modo di fare politica in America.

Ad esempio, nota il New York Times, le ricche Super PAC attirano oggi il talento e il lavoro di consulenti e strateghi elettorali, che, in passato, dedicavano la propria vita ai candidati, alle loro ambizioni e a spingere le loro filosofie politiche, mentre oggi preferiscono essere al servizio dei finanziatori miliardari che stanno dietro le campagne elettorali, che li pagano meglio dei candidati e che gli garantiscono comunque grande impatto grazie ai dollari spesi in massicce e prolungate campagne pubblicitarie.

In questo ciclo elettorale, è proprio il sistema di Super PAC che sta permettendo a Mitt Romney di tenere il passo con il Presidente Obama a livello di raccolta fondi. Mentre, infatti, Obama non ha rivali quando si tratta di ricevere piccoli donazioni da elettori “medi”, Romney lo batte, e di molto, quanto a contributi ricevuti, direttamente dalla propria campagna elettorale ma, soprattutto, indirettamente da varie Super PAC repubblicane che lo sostengono, dai grandi finanziatori della causa conservatrice.

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